Navi perdute

Il 1° agosto 1785 due navi – l’Astrolabe e la Bussole – partirono dal porto di Brest, in Francia, per una missione di esplorazione dall’altra parte del mondo. Al comando della spedizione e dei duecento uomini d’equipaggio c’era Jean-François de Galaup, conte di La Pérouse. La flotta navigò per oltre tre anni, attraversando due oceani, tre continenti e infinite latitudini. Poi delle due navi si perse ogni traccia. Nessuno tornò a casa.

La trama di Navi perdute è tutta qui, e non ci sono colpi di scena a riscrivere la Storia: dopotutto il finale è svelato già nel risvolto di copertina della bella edizione italiana edita da Neri Pozza. La spedizione di La Pérouse finì davvero in tragedia, nel 1788, da qualche parte in un arcipelago dell’Oceania. Solo che prima di arrivare a questo punto c’è stato tanto altro, e questo libro lo racconta magnificamente.

La mia passione per le carte geografiche è ormai nota, ma forse lo è meno quella per l’epopea delle esplorazioni geografiche (in tutte le sue forme). Un periodo zeppo di contraddizioni che sembra uscito dalla penna di uno scrittore, piuttosto che dai libri di Storia, e che racchiude al suo interno un numero pressoché infinito di vicende, avventure e aneddoti sconosciuti ai più, che aspettano solo l’autore giusto per essere raccontati. Per mia fortuna Naomi Williams – giapponese di nascita ma americana d’adozione – ha deciso di dare voce alla sfortunata spedizione di La Pérouse.

Per quanto basato su eventi storici in gran parte documentati, Navi perdute è un romanzo. La Williams ha attinto a fonti ben precise, citate alla fine del volume, ma è evidente come buona parte della vicenda sia romanzata, attraverso dialoghi, pensieri e azioni che non possono che essere frutto della fantasia della scrittrice. Ma è giusto così: Navi perdute è infatti un grande romanzo d’avventura, prima ancora di essere un buon romanzo storico. Quasi 400 pagine che scorrono alla grande tra vita di bordo, lunghe soste a terra e luoghi sempre più esotici e lontani.

Nello scegliere di raccontare il viaggio in forma di romanzo, la Williams fa almeno tre scelte particolari. Innanzitutto non descrive il viaggio nella sua interezza, ma si limita a selezionare alcuni eventi salienti. La narrazione procede in ordine cronologico, ma a salti di diversi mesi e migliaia di chilometri tra un capitolo e l’altro, lasciando fuori eventi storicamente rilevanti (La Pérouse fu il primo europeo a sbarcare a Maui, nella Hawaii) ma narrativamente poco significativi.

In secondo luogo, la Williams decide di non focalizzarsi su un solo protagonista, ma lascia che ogni capitolo sia incentrato su un diverso personaggio. Ne viene fuori un racconto a più voci – e dai molteplici punti di vista – che, per quanto figlio della narrazione non fiction, riesce a restituire le vicende da  più di un’angolazione. Al comandante della spedizione, ad esempio, è dedicato un solo capitolo – sebbene il più lungo, quello della sosta a Concepción in Cile. Ma il libro si apre con un curioso capitolo ambientato a Londra, in cui viene descritta la ricerca delle bussole azimutali da parte di un ingegnere; prosegue seguendo il botanico della spedizione o il medico di bordo; si spinge fino alle steppe russe per seguire il viaggio di alcuni dispacci; e addirittura abbatte i confini del tempo e dello spazio, con due capitoli ambientati anni dopo il naufragio dell’Astrolabe e della Bussole.

Coerentemente con questo impianto, a ogni voce è associato uno stile narrativo diverso. Alcuni capitoli sono scritti in prima persona, altri in terza, uno è interamente costituito da lettere, un altro dal referto di un rapporto. In un modo o nell’altro l’alternanza funziona, contribuendo al fascino dell’opera e alla costruzione del suo mondo e dei suoi personaggi.

Ne viene fuori un affresco convincente, portato avanti soprattutto dai suoi protagonisti. Il lettore sa già dalla prima pagina che le cose si metteranno molto male, ma non può fare a meno di affezionarsi ai personaggi. E, come in certi film di guerra, si partecipa emotivamente alle loro vicende. Esemplare in tal senso il capitolo 10, in cui viene raccontata la morte di uno dei personaggi principali, e che ha un finale devastante («Quando torneremo in Europa,» aggiunse «tutto questo vi sembrerà un sogno»).

In ogni caso, al di là degli aspetti prettamente romanzeschi, Navi perdute è un libro interessante perché getta luce su una spedizione semi-sconosciuta, che in tre anni toccò la Patagonia, il Cile, l’Alaska, la California, le Hawaii, Macao, il Giappone, la Russia, l’Australia e, fatalmente, svariate isole dell’Oceania. La Pérouse si è guadagnato una voce su Wikipedia, ma la sua spedizione è oggi ricordata più per l’esito sfortunato che per le sue scoperte (c’è un capitolo che contiene un interessante what if, immaginando il destino di alcuni membri della spedizione se fossero sopravvissuti).

Un epilogo triste, che però è testimonianza del fatto che la Storia non l’hanno scritta solo i vari Cook e Magellano, ma anche un esercito di senza nome mai tornati a casa. «Il globo che avevamo cercato in ogni modo di completare ci inghiottì di colpo» recita l’ultima frase del libro. Nell’unico capitolo in cui – significativamente – il narratore è anonimo.

(PS: una menzione personale. A poche pagine dalla fine è citato in via del tutto incidentale Abel Tasman, navigatore olandese del Diciassettesimo secolo. Un nome che dirà poco o nulla ai più, ma che per me ha un significato speciale: romanzando un aneddoto minore di un suo viaggio d’esplorazione, nel 2011 ho scritto il racconto Fino alla spiaggia. È stato il mio primo racconto a ricevere un riconoscimento letterario.)

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