Vent’anni di The Curse of Monkey Island

C’è stato un tempo in cui ho solcato i sette mari insieme a una ciurma di barbieri pirati, sfidando a duello capitani di vascello dalla lingua tagliente e cannoneggiando un esercito di non morti. C’è stato un tempo in cui mi sono avventurato in paludi nebbiose alla scoperta dei segreti del voodoo, minacciato da un temibile teschio demoniaco. C’è stato un tempo in cui ho risvegliato l’antica divinità vegetariana di un vulcano ormai spento, sfidando la collera di contrabbandieri e navigatori solitari, soltanto per ritrovare l’amore di una vita. C’è stato questo tempo – e molti altri ancora – e non avevo neanche dieci anni.

Questo mese sono esattamente vent’anni da quando The Curse of Monkey Island è stato commercializzato in Italia. Nella mia vita arrivò qualche mese dopo – era l’estate del 1998 – e in un certo senso la stravolse – o almeno stravolse quella parte della mia vita legata all’intrattenimento. Temo di non essere capace di descrivere davvero ciò che questo videogioco ha rappresentato per me, in quella particolare fase della mia formazione culturale. Ci proverò lo stesso però, confortato dal fatto di avere in comune questo tassello con molte persone nel mondo là fuori, e sentendo quindi di parlare un po’ anche a nome loro.

The Curse of Monkey Island è un videogioco, terzo capitolo di una saga, ma tutto ciò lo ignoravo completamente quel giorno lontano in cui aprii la scatola che lo conteneva. Sì, scatola: era l’epoca in cui i giochi per Pc erano inscatolati in confezioni di cartone extralarge. Questa – di cui, ve lo giuro, ricordo ancora l’odore – prometteva già sul retro maledizioni e tesori pirata, mentre all’interno il manuale d’istruzioni era intitolato “Giornale di bordo”. Insomma, dovevo ancora installare il gioco e già ero conquistato per l’eternità.

Per la verità il mio primo approccio a The Curse of Monkey Island fu disastroso. Avviai il gioco pieno di speranze, guardai la splendida introduzione con inizio in medias res, conobbi i personaggi principali. E poi mi bloccai. Subito, nella primissima parte, al primo vero enigma. Era il mio impatto con le avventure grafiche, genere videoludico che proprio grazie a Monkey Island avrei imparato ad amare; ma per uno che fino a quel momento aveva giocato soltanto a platform e Pc Calcio, anche la stiva di LeChuck si rivelò fatale. Nel giro di pochi giorni The Curse of Monkey Island venne disinstallato dal mio computer, e il doppio cd tornò nella favolosa scatola da cui era uscito, celando dentro di sé tutte le avventure piratesche che aveva promesso.

Qualche tempo dopo – mesi, forse un anno; il tempo non ha valore quando sei un bambino – un amico capitò a casa mia e reinstallammo insieme il gioco. Fu allora che scoprii – in un’epoca in cui la parola Internet era soltanto un’evocazione misteriosa lontana dalla quotidianità – come si risolvevano gli enigmi nelle avventure grafiche quando si era alle corde: combinando tra loro tutti gli oggetti possibili, a caso, finché quello stupido diamante non tagliò quel maledetto vetro.

Da quel giorno The Curse of Monkey Island fu una scoperta continua, qualcosa di totalmente inaspettato che deflagrò rivoluzionando la mia idea di videogioco e settando le mie aspettative per buona parte delle opere di narrativa su cui avrei messo le mani in seguito. Fu anche una scintilla creativa che accese la mia fantasia, oltre a diventare parte di un background culturale che – avrei scoperto negli anni successivi – era comune a molti miei coetanei.

Possibile? Possibile. Ed ecco perché.

 

Sono Guybrush Threepwood, temibile pirata

La trama

Ok, a chi conosce questa saga può sembrare assurdo cominciare a parlare di Monkey Island partendo dalla trama. A tutti gli altri dico soltanto che The Curse si apre con il protagonista alla deriva nel mar dei Caraibi, in fuga da una specie di luna park, a bordo di una macchina da autoscontro. In pieno Diciassettesimo secolo. Ok.

Guybrush è un giovane pirata che tramuta per errore la donna della sua vita in una statua d’oro, a causa di un’antica maledizione. Dovrà trovare un modo per annullare il sortilegio, guardandosi allo stesso tempo dal suo acerrimo nemico LeChuck, un pirata zombie che non ha affatto intenzione di rimanere morto.

A dieci anni o giù di lì, questa trama era il massimo. C’era l’eterna lotta tra bene e male, la storia d’amore, un cast di comprimari memorabili e tutte le spalle comiche che si potevano desiderare. L’essenzialità che diventa magia.

Parte prima di una trilogia… Chissà perché tutte le storie spazzatura escono in trilogie?

Il mondo

Che i confini di Monkey Island fossero piuttosto ampi lo avevo capito già aprendo il manuale d’istruzioni. (Nota a margine: il manuale di The Curse of Monkey Island è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Se ve lo siete perso peggio per voi) È stato su quelle pagine che ho scoperto l’esistenza di due avventure precedenti, dall’inconfondibile grafica pixellosa di inizio anni ’90: The Secret of Monkey Island e Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge. Lo stesso The Curse of Monkey Island era pieno di riferimenti a eventi precedenti e di personaggi già apparsi in altri episodi della saga. Negli anni immediatamente successivi mi procurai i primi due capitoli, che giocai e portai a termine. Quando poi arrivò Internet venni a sapere che erano dei capolavori del genere, il punto di svolta della carriera della LucasArts, la casa di produzione della serie.

Ciò che comunque mi colpì, già all’epoca di The Curse of Monkey Island, era quello che già altre volte ho chiamato “effetto saga”: l’intrecciarsi di personaggi, situazioni e luoghi in momenti diversi di una serie, con un respiro che va oltre la singola opera. Anche in un titolo dall’impronta umoristica come questo.

Strano, non pensavo si potesse morire in un gioco d’avventura della LucasArts

La profondità

Il gameplay di The Curse of Monkey Island è quello classico delle avventure grafiche. Con il mouse si controlla il personaggio principale, che può interagire con una serie di oggetti, luoghi e personaggi dell’ambiente circostante. Si va avanti nel gioco risolvendo enigmi e spesso è necessario raccogliere e combinare tra loro diversi oggetti che vengono custoditi in un inventario. È fondamentale anche parlare con i vari personaggi per ottenere informazioni, indizi o anche soltanto qualche bella storia.

Dopo The Curse of Monkey Island ho giocato a tanti altri giochi d’avventura, riscontrando bene o male caratteristiche molto simili. Ma questo gioco ha sempre avuto qualcosa che non ho mai più trovato altrove: l’incredibile profondità di azioni previste dagli sviluppatori. Mi spiego meglio. Per interagire con lo scenario circostante si hanno a disposizione tre bottoni a scomparsa simboleggiati da una mano (di volta in volta “usa”, “spingi”, “tira” o comunque un’azione fisica), un teschio (“esamina”) e un pappagallo (a seconda delle situazioni “parla”, “mangia”, “bevi” o comunque qualcosa da fare con la bocca). Ecco, ciò che mi ha sempre sconvolto è la quantità di situazioni – banali o assurde – che gli sviluppatori hanno previsto. Esaminando un oggetto insignificante e inutile ai fini del gioco, molto spesso Guybrush se ne esce con un commento personalizzato per quell’oggetto specifico, laddove altri titoli utilizzano una frase standard. Stesso dicasi per le altre azioni: non dimenticherò mai che una delle possibilità alla Costa dei Barbieri era “lecca maniglia”; se si provava a farlo il barbiere esclamava “Ahhh, tieni la tua boccaccia schifosa lontana da quella maniglia”. Geniale, davvero geniale.

“Il mio vero nome è Fegato-al-Sangue-Bollito-con-Rognoni-nello-Stomaco-dell’Animale McMutton”
“Ah, i tuoi genitori volevano una femmina…”
“Ayò!”

I dialoghi

C’è un’altra grossa differenza tra The Curse of Monkey Island e buona parte delle avventure grafiche cui ho giocato nel corso degli anni: la quantità sconvolgente di dialoghi presenti nel gioco. Gli autori non si sono limitati allo stretto necessario – quella manciata di frasi fondamentali all’avanzamento della trama – ma hanno infarcito il copione di digressioni, storie e battute. Se sollecitati, alcuni personaggi secondari vi racconteranno vicende lunghissime (vedi il background dei barbieri o la storia della famiglia Goodsoup), mentre altri si lanceranno in battute formidabili (tutti i dialoghi con Murray) o nonsense pieni di anacronismi (la Voodoo Lady).

Tutto studiato alla perfezione, con una cura dei dettagli che temo oggi si sia persa (e il gioco era interamente doppiato in italiano!).

Poi LeChuck buttò giù la porta a calci e disse: “Fetida feccia, tornate a lavorare o vi picchierò con le vostre stesse gambe!

I personaggi

Da dove cominciare? Questo gioco è talmente zeppo di personaggi memorabili che fare una selezione è quasi impossibile. Con la morte nel cuore mi limito a citare soltanto: Kenny, il venditore di limonate (e cannoni da battaglia); il Capitan Barbagialla, un oste ossessionato dal terrificante Pollo Diablo; i tre pirati barbieri (Edward Van Helgen, Bill Tagliagole e Haggis McMutton: incredibile come la mia memoria conservi ancora perfettamente tutti i nomi) che si uniscono alla ciurma di Guybrush; Griswold Goodsoup, il malinconico proprietario di un hotel vuoto; Mort il becchino, appassionato lettore di storie horror e protagonista di alcuni dei dialoghi più esilaranti del gioco; il Gallese Volante, personaggio che ha solo una manciata di battute a disposizione, ma che ha sempre colpito il mio immaginario; e soprattutto Murray, il temibile teschio demoniaco, personaggio nato quasi per caso e destinato a lasciare un segno indelebile.

Aspetta, stiamo per fare una di quelle scene di flashback? Mi fanno sempre venire la nausea!

L’umorismo

Se siete arrivati fino a questo punto avrete ormai capito che The Curse of Monkey Island non è un videogioco che si prende troppo sul serio. L’ironia pervade ogni cosa – dalla trama agli scenari di gioco, passando ovviamente per i personaggi – ed è una costante dall’inizio alla fine.

Gli autori utilizzano l’umorismo a diversi livelli. Tutti i personaggi sono caricaturali e caratterizzati all’estremo; i dialoghi sono surreali e al limite dell’assurdo; gli anacronismi e i riferimenti alla cultura pop contemporanea si sprecano. E tutto ciò è bellissimo. Quando ci giocai la prima volta non colsi a pieno tutte le citazioni e le battute, ma rigiocandoci nel corso degli anni ogni volta ho scoperto una sfumatura nuova. Non tutti hanno amato lo stile di The Curse of Monkey Island, sicuramente più leggero rispetto ai due predecessori, ma per me è stato e resta geniale. E mi ha insegnato che una certa quantità di ironia (anche solo un pizzico) è un toccasana anche per l’opera più seriosa.

Ammettiamolo, LeChuck: tu sei un malvagio, puzzolente, vile e furfante, e questo non è proprio quello che sto cercando in una relazione in questo momento

La grafica

The Curse of Monkey Island è il principale responsabile dell’immaginario caraibico che ho costruito sin da bambino nella mia testa. Isole lussureggianti, villaggi pittoreschi, acque limpide che si perdono all’orizzonte; e soprattutto quelle grandi, enormi nuvole bianche che si rincorrono nel cielo.

Tutto è perfetto, nella grafica di questo gioco, a mio parere apprezzabile ancora oggi senza problemi. I fondali sono semplicemente fantastici, con un stile tutto loro (gli edifici sghembi che sovvertono le leggi della fisica, le nuvole a forma di lumaca). E poi ho sempre adorato che a uno scenario diurno inondato dal sole (Plunder Island) seguisse una seconda parte notturna sotto un cielo di stelle (Blood Island).

“Oh no, in nome del cielo: tu sei un socio”
“Esatto, e penso che prenderò uno dei vostri soffici teli, e mi godrò una simpatica e rilassante passeggiata sulla vostra spiaggia”
“No, non puoi!”
“Devo, e forse prenderò il sole nudo”
“Ora che ci penso, è molto bello laggiù, IN FONDO alla spiaggia”

La musica

Michael Land. Un nome anonimo per la maggior parte della gente. Un eroe dei nostri tempi per il sottoscritto. Il compositore dietro a The Curse of Monkey Island ha dato vita a una colonna sonora memorabile: musiche che mi sono trovato a fischiettare ovunque e che ho ascoltato più e più volte negli anni.

Il tema di Puerto Pollo fa venire voglia di trasferirsi sull’isola all’istante; la musica del Capitan Barbagialla è poco più di un tappeto musicale ovattato, punteggiato dal rumore delle stoviglie; il tema della Costa dei Barbieri è geniale in quanto varia a seconda del personaggio con cui si parla; la musica dell’Hotel Goodsoup fa venire malinconia per i tempi che furono; e i titoli di testa sono semplicemente immortali.

 

The Curse of Monkey Island divenne in breve tempo il mio videogioco preferito. Nel corso degli anni ha mantenuto il primato, nonostante l’avvento di due console. Ormai sono fuori dal giro, quindi suppongo che sia destinato a essere per sempre il mio favorito.

Non so quanto abbia influito il fatto che sia stato il primo vero, grande videogioco in cui mi sono imbattuto. Di certo ha influenzato i miei gusti, visto che da lì in poi mi sono orientato verso le avventure grafiche (o comunque titoli in cui era richiesto l’uso del cervello): dapprima Hollywood Monsters (un gioiellino), poi Grim Fandango (altro capolavoro sommo, ne scrissi qualche anno fa in occasione dell’edizione rimasterizzata) e ovviamente la saga di Broken Sword (i primi due episodi). Da un certo punto di vista The Curse of Monkey Island mi ha anche rovinato, perché in qualsiasi altro gioco ho cercato qualcosa che non ho trovato: nessuno aveva la sua verve, o la sua cura nei dettagli, o i suoi dialoghi così pungenti. Nessuno.

Arrivato alla fine di questo elogio smielato e assolutamente di parte, sento il bisogno di riacquistare un minimo di obiettività. Quando finalmente ebbi accesso a Internet e conobbi il brand Monkey Island nella sua interezza, scoprii che il terzo episodio – pur baciato da un consenso unanime di critica – aveva anche una nutrita schiera di detrattori: fan dei primi due episodi che non avevano gradito il cambio di rotta – grafico, narrativo e ideologico – di The Curse, che era figlio di autori diversi e di una storia produttiva complicata. Per quanto io abbia amato anche The Secret of Monkey Island e Monkey Island 2 – capolavori assoluti e opere pionieristiche – The Curse resta comunque il mio primo Monkey: ed è per questo, più che per i suoi effettivi pregi, che resterà sempre nel mio cuore. Visto il numero di fan che il gioco ha su Internet, credo che si tratti soprattutto di una questione generazionale.

(È un po’ come Star Wars. Noi che eravamo bambini negli anni ’90 non possiamo che amare la trilogia dei prequel, perché è con quei film che abbiamo conosciuto la saga. Probabilmente molti fan storici di Monkey Island, di fronte al terzo episodio, si sono sentiti traditi come me quando giocai il quarto. Di cui preferirei non parlare, grazie)

The Curse of Monkey Island mi ha regalato decine di ore di divertimento, condivise – dal vivo o in forma di ricordo – con molti amici diversi. Fa anche parte di quel substrato culturale che mi porto dietro da sempre e che, magari inconsciamente, entra in gioco quando guardo un film o leggo un libro. È stato inoltre una delle mie prime fonti d’ispirazione creativa: da bambino avevo immaginato e diretto nella mia testa almeno tre film ambientati nel suo universo, che mi divertivo a esplorare aggiungendo location che erano soltanto suggerite (in uno di essi Voodoo Lady impazziva e veniva posseduta da uno spirito maligno, e per essere liberata doveva essere uccisa contemporaneamente in due modi distinti. In un’epica battaglia navale nel golfo di Blood Island la sua nave veniva fatta affondare, e mentre lei affogava Stan la infilzava con un arpione sparato da un cannone sulle scogliere. Sentiamoci in privato per i diritti sullo script)

Per tutti questi motivi – e per quanto ho scritto in questo lunghissimo post – è un piacere per me celebrare i primi vent’anni di The Curse of Monkey Island. Io ne ho qualcuno in più, ma mi è tornata all’improvviso la voglia di giocarci.

 

Per chi volesse approfondire. Il fan-site italiano di riferimento su Monkey Island (e in generale sulle avventure grafiche della LucasArts e delle case di produzione che ne hanno raccolto il testimone) è Lucasdelirium. Profondo, autorevole e pieno di informazioni e analisi interessanti. Fu uno dei primi siti che scoprii quando cercavo informazioni sulla saga: è probabilmente il più longevo nella lista dei miei bookmarks. Se siete nostalgici come me, inoltre, un like alla fan-page Monkey Island su Facebook è d’obbligo: pubblica quotidianamente screenshoot che vi faranno tornare indietro nel tempo (e The Curse of Monkey Island sembra essere uno dei soggetti preferiti!)

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7 pensieri su “Vent’anni di The Curse of Monkey Island

  1. Come promesso ti sono venuto a trovare! Come negare un piacere ad un compagno di “scorribande piratesche” d’altronde?
    Ovviamente anche io ho amato il terzo capitolo e penso oggettivamente che il migliore sia “Lechuck’s Revenge” ma a farmi appassionare è stato il primo quindi resterà per sempre nel mio cuore.
    Infatti penso sia matematico: il primo capitolo di Monkey Island a cui hai giocato sarà per sempre il tuo preferito (a parte il 4 sì).
    Spero di leggere altri articoli interessanti, alla prossima.

    • Mi piace questo teorema matematico 🙂
      Bello anche LeChuck’s Revenge, con un’atmosfera più cupa e dark che calza perfettamente alle atmosfere piratesche.
      Grazie per la visita e per il commento!

  2. Ciao! mi sono totalmente riconosciuto in questo tuo scritto, visto che anche io ho giocato come primo dei Monkey Island il terzo durante l’estate del 1998, quando avevo 8 anni. E poi ho giocato tutti gli altri. Di recente ho giocato al quinto, Tales of Monkey Island, dopo averlo comprato su steam, e mi è piaciuto moltissimo! In qualche modo ricalca la comicità del terzo gioco ed anche questo comprende moltissimi personaggi secondari divertenti. L’unica pecca che ci trovo è che è stato un po’ troppo facile, seppur esilarante. Se lo hai giocato, sarei curioso di sapere cosa ne pensi!

    • Ciao e grazie per il commento! “Tales of Monkey Island” è l’unico che mi manca… Sono sempre stato a un passo dal comprarlo (su Steam o GoG) ma poi qualcosa mi ha sempre frenato. Da quello che ho letto in giro, però, so che si è avvicinato allo stile del terzo capitolo. (L’importante è che non abbia proseguito sulla scia del quarto! Che per carità, orrendo non è, ma è stata una grossa battuta d’arresto rispetto al resto della saga)

  3. No, non c’entra con il quarto. Ha tutta un’altra grafica e tematiche molto più interessanti! Ti consiglio di giocarlo allora! L’unica cosa è che non credo si trovi in italiano. Io l’ho giocato in inglese, ma mettendo le scritte nei dialoghi si segue bene lo stesso.

  4. Non ho parole, mi sono commosso questa recensione fa quasi male (pappapiciu) sembra di leggere un tema scritto da me quando a inizio liceo giocai questo fantastico gioco senza aver fatto gli altri due, è la storia della mia infanzia. Ti ringrazio e ammiro per questo tema più che recensione del quale non trovo un difetto e mi commuove. Grazie davvero e complimenti, da parte mia l’unica avventura che mi ha affascinato come Monkey 3 è Day of the Tentacle immortale capolavoro ora rimasterizzato e il recentissimo Thimbleweed Park. Ciao e spero che quando avrai tempo/voglia scriverai come di questo capolavoro di altri giochi che possano aver toccato quasi come Monkey Island. Complimenti.

    • Grazie a te per il bel commento! Il mio intento era proprio quello di dare voce a tutte quelle persone – e so che sono molte – che hanno conosciuto la saga (e a volte il mondo dei videogiochi) con questo titolo. Sono felice e lusingato per averti addirittura commosso! 🙂
      “Day of the Tentacle” e “Thimbleweed Park” mi mancano entrambi, ma sono sulla lista dei desideri. Cercherò di rimediare!
      Non ho scritto spesso di videogiochi, ma a questo link sono disponibili tutti gli articoli sull’argomento: https://troppolontanidallestelle.wordpress.com/tag/videogiochi/
      Tra gli altri trovi un omaggio a “Grim Fandango” e una recensione di “To the Moon” (avventura molto toccante)

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