Il libro che mi ha fatto tornare al fantasy

Il fantasy andava forte in libreria, quando avevo tredici anni. Era l’epoca dei film de Il signore degli anelli, per capirci, e l’intero genere era in fermento. Io mi trovavo in quella particolare fase della vita di ogni lettore in cui ero ormai decisamente cresciuto per i libri per bambini, ma non ancora abbastanza grande da spingermi in certi anfratti delle librerie. Ero in mezzo al guado, e non trovai niente di meglio cui aggrapparmi dei libri fantasy: un genere letterario rassicurante che avevo sempre frequentato (condividi se anche tu sei cresciuto a pane e Redwall!), ma con il giusto tasso di violenza, ombre e nefandezze che mi avrebbe traghettato nella vita adulta.

Durò qualche anno. Rilessi Il signore degli anelli – la prima volta era stata a dieci anni – e ci aggiunsi tutto ciò che di Tolkien veniva pubblicato in Italia in quel periodo. Passarono tra le mie mani libri evitabili che ho dimenticato e che poco hanno aggiunto alla storia del genere. E poi lessi tanto, tantissimo, troppo Terry Brooks, dal primo Shannara in giù. (Qualche mese fa ho letto una intervista a Terry Brooks su La lettura del Corriere. C’erano diversi spunti interessanti e mi sono ritrovato in molte cose che ha detto, anche come scrittore o aspirante tale. Gli voglio bene a Terry Brooks, in fondo)

Insomma, a un certo punto ho detto basta. Raggiunsi il limite, una specie di overdose da fantasy: era entrato a tal punto nella mia vita che o cominciavo a vedere davvero i draghi volare e i nani scavare miniere, o non avrei più creduto di abitare il mondo reale. Fu così che, a sedici anni o giù di lì, misi a posto sullo scaffale un ultimo libro fantasy e decisi di non leggerne più, almeno per un po’. Avevo bisogno di disintossicarmi, di allontanarmi da un genere che in fondo era sempre uguale a se stesso e ampliare i miei orizzonti letterari. O forse mi stavo semplicemente lasciando alle spalle la letteratura della mia infanzia per cominciare qualcosa di nuovo.

Non ho più letto fantasy, da allora – o almeno fantasy puri, quelli con elfi, stregoni e atmosfere medievaleggianti; di opere fantastiche o con elementi sovrannaturali ne ho lette a bizzeffe in questi anni. Il mio lungo rehab è finito questa estate, quando ho letto Maledetti dalla fiamme di Giuseppe Recchia (Watson Edizioni). Il libro che mi ha fatto tornare la voglia di leggere fantasy.

Partiamo da un assunto: i libri di questo tipo non possono prescindere dalla costruzione di un mondo. Il bravo autore di libri fantasy è quello che, prima di aver buttato giù l’incipit del romanzo, ha disegnato una mappa. E sono sicuro che Recchia una mappa l’ha disegnata in tutti i suoi dettagli, vista la quantità di nomi, città e regni che vengono snocciolati soltanto nei primi capitoli. Avevo letto poche decine di pagine, e già volevo saperne di più su questo mondo tormentato da una Guerra Eterna, con imperi più o meno lontani minacciati da pericoli incombenti. Ero appena all’inizio dell’avventura, e già volevo un sequel (o una saga!) che mi portasse a esplorare ogni angolo di questo Continente. Buon segno, insomma.

La trama di Maledetti dalle fiamme è bella e complessa, come si addice a un vero fantasy. I personaggi non sono pochi e le loro vicende si intrecciano in lungo e in largo per le strade di Touronne, la città in cui si svolge l’intera storia e che assurge al ruolo di co-protagonista. Il protagonista, quello vero, è Varamir: un poco di buono che sopravvive ai margini della legalità e che ostenta una fortuna sfacciata nei giochi di carte. (Buona parte del primo capitolo è dedicata alla descrizione del Carasco Nero, un immaginario gioco di carte. Un dettaglio fantastico che mi ha ricordato certi videogiochi di ruolo) Ora, Varamir è in realtà l’ultimo erede di una famiglia di Bibliotecari, custodi di segreti che gli Antichi hanno sepolto nelle viscere della terra centinaia di anni prima, e unici in grado di leggere la Prima Lingua; solo che a un certo punto, stanco di seguire il padre in ricerche tanto estenuanti quanto inutili, Varamir ha mollato tutto. Quando suo fratello Iska risveglia per sbaglio il potere delle malvagie Sorelle Nere, Varamir dovrà fare i conti col proprio passato e affrontare a viso aperto la minaccia che incombe su Touronne. Il tutto mentre Caronte, il capo del più temibile clan criminale della città, vuole la sua testa per vendetta personale; e mentre Ezra delle Ceneri, uno dei Castighi di Dio, arriva in città alla ricerca di un segreto rimasto nascosto per generazioni.

È solo l’avvio di una trama avvincente, in cui i destini di tutti si incrociano senza lasciare scampo. La storia scorre veloce fino alla parola fine, sorretta anche da uno stuolo di personaggi memorabili e ben caratterizzati: da Mircela, l’eroina protagonista di una storia d’amore disperata con Varamir, a Sarjan, un gigantesco eunuco che mena botte da orbi; passando per i Ratti, simpatici teppistelli cresciuti nelle fogne, e Otisse, l’oste buono (adoro gli osti, sono aiutanti fantastici che meritano il posto che occupano nella letteratura di genere). Menzioni speciali: il machiavellico Caspar Jarsa e l’ubriacone Lazaro (sogno uno spin-off su di lui. O meglio… su di loro!). Colpisce in ogni caso la capacità dell’autore di delineare in modo preciso anche le semplici comparse: nessun personaggio è fuori posto, e anche chi ha solo una manciata di pagine a disposizione lascia il segno.

Probabilmente la mia parte preferita è la prima, quella in cui vengono introdotti non solo i protagonisti, ma anche la città di Touronne e le sue dinamiche. La descrizione dei vari quartieri precipita il lettore direttamente in un logoro mondo fantasy con qualche lieve influenza steampunk (le armi da fuoco), mentre un po’ alla volta si scoprono gli oscuri giochi di potere che corrompono la città fino al midollo, dalle bande criminali fino ai palazzi scintillanti. La prima parte è anche quella meno fantasy – potrebbe sembrare un romanzo d’avventura d’ambientazione medievale – e rappresenta un graduale avvicinamento al cuore del libro anche per chi non è avvezzo al genere. Il romanzo, comunque, si legge che è una meraviglia: avvincente, incalzante, ben scritto e strutturato. Mi ha soltanto deluso un po’ il finale, nel senso che tutto sembra andare troppo veloce e concludersi troppo in fretta, ma parliamo di dettagli.

Ho letto con molto piacere Maledetti dalle fiamme, e credo che gli appassionati di fantasy troveranno pane per i loro denti; allo stesso tempo, il libro potrebbe interessare anche un pubblico più mainstream (ma si deve aspettare ben più di un elemento soprannaturale). È bello sapere che lo ha scritto un giovane autore esordiente, e che è stato pubblicato da una casa editrice emergente specializzata in narrativa di genere: sono realtà che andrebbero sostenute. Anche per ricordarci, come sottolinea Mariateresa Botta nell’introduzione, che il fantasy italiano esiste e ha un passato glorioso; sta a tutti noi – autori e lettori – tracciare la strada verso il futuro.

PS: conosco Giuseppe Recchia da diversi anni e so quanto sia significativo per lui il traguardo della prima pubblicazione. Che ovviamente è anche un punto di partenza: il mondo attorno a Touronne aspetta ancora di essere esplorato! Ho anche avuto il piacere di leggere la prima bozza di questo romanzo, e posso assicurarvi che il suo stile è nato già maturo. Con Maledetti dalle fiamme è stato capace di farmi tornare a leggere fantasy dopo anni, ma c’è di più: mi ha fatto anche venire voglia di scrivere fantasy. Il che è forse è il più bel complimento che io possa fargli.

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