Rogue One, una storia di Star Wars

In quel periodo magico e oscuro che va dall’infanzia all’adolescenza ho passato parecchio tempo nell’universo di Star Wars. E non tanto grazie ai film: le vere porte verso gli angoli più remoti della galassia lontana lontana, almeno per me, sono stati i videogiochi. Perché indirizzavano linee narrative in ogni direzione, nel tempo e nello spazio; perché facevano luce su storie e personaggi soltanto accennati nella saga principale; perché, in alcuni casi, potevano osare – nei temi e nello stile – là dove i film non si sarebbero mai avventurati.

Rogue One: A Star Wars Story è l’equivalente contemporaneo di quei videogiochi. L’ho aspettato per anni, coltivando l’hype dentro di me trailer dopo trailer, poster dopo poster. Pur sapendo che più sono attesi, più rumore fanno quando cadono, ho sognato di vedere questo film più di un episodio della saga canonica, proprio per la carica di innovazione e originalità che sin dal primo istante ha promesso di portare.

Salto subito alle conclusioni e la faccio breve: Rogue One mi è piaciuto e il test è superato. Perché – inutile negarlo – questo progetto era atteso al varco: si portava dietro tante incognite – economiche, stilistiche, ideologiche – e aveva sulle spalle il peso di decretare il successo del nuovo corso imposto alla saga dalla Disney, o di sancirne il (parziale) fallimento. Indipendentemente dagli incassi, che per forza di cose saranno inferiori a Episodio VII, il consenso di critica e fanbase che Rogue One sta raccogliendo segna il primo punto a favore degli spin-off starwarsiani, o quantomeno non ne decreta una fine prematura e ingloriosa.

Come il più classico dei videogiochi della mia infanzia, Rogue One prende una vicenda soltanto accennata nei titoli di testa di Episodio IV e ne fa il cardine di uno sviluppo narrativo autonomo e autoconclusivo, con un cast di personaggi mai visti prima che incrocia solo incidentalmente alcuni volti noti della saga. E la affronta con uno stile ostentatamente diverso dai sette film che l’hanno preceduto.

Cosa c’è dentro Rogue One, quindi? Tutte queste cose, belle o brutte che siano:

  • L’inizio
    Rogue One comincia alla grande, con un lungo flashback dai toni cupi, sotto nuvole gravide di pioggia che sovrastano un terreno nerissimo. Ci viene presentata Jyn, la protagonista, e con lei il trauma infantile che le segna la vita. I primi 20-30 minuti servono come sempre a introdurre i protagonisti – che mai come in questo caso sono un banda male assortita di freak – e chi dà loro la caccia. Montaggio serratissimo, si passa da un pianeta all’altro nel giro di pochi minuti, e le motivazioni di tutti sono ben presto esplicitate.
  • Rogue One, punto
    Nella prima metà, il film scorre incurante della pesante eredità che sta raccogliendo: nel senso che, fino a un certo punto, Rogue One è un bellissimo film di fantascienza, e allo stesso tempo non sembra un film di Star Wars. Niente Jedi o spade laser, ma guerriglia di frange ribelli contro l’Impero in uno scenario che sembra il Medio Oriente (e l’abbigliamento degli attentatori suggerisce più di un parallelismo) e stormtrooper finalmente sporchi, brutti e cattivi.
    Senza dimenticare gli elementi paratestuali che Rogue One usa per affrancarsi: niente titoli di testa gialli, niente montaggio a dissolvenza, mentre per la prima volta compaiono didascalie in sovrimpressione che esplicitano i nomi dei pianeti. In ognuna di queste scelte c’è la volontà di fare qualcosa di diverso e di liberarsi dalle catene del franchise. In tal senso Rogue One assomiglia a una sandbox di Star Wars: come se avessero preso il regista e gli avessero detto “Ok, divertiti, innova, prendi questa roba e fanne qualcosa di nuovo”. Il che era proprio quello che mi aspettavo.
  • I personaggi
    Non esattamente un capolavoro di caratterizzazione, ma a mio parere la squadra di protagonisti funziona. Forse più per la forza del gruppo che per i meriti dei singoli: alla fine il mio preferito resta il droide K2SO, che pur senza essere rivoluzionario (qualcuno ricorda HK-47 di Knights od the Old Republic?) ruba la scena.
  • I pianeti
    Passano gli anni, passano i film, ma il design delle ambientazioni mi lascia sempre a bocca aperta, così come la capacità dei creativi di trovare sempre scenari non esplorati (stavolta il pianeta Scarif, con le sue bianche spiagge tropicali). Un grande valore aggiunto per l’intera saga, come sempre, e un punto di riferimento per chiunque voglia cimentarsi nella space opera.
  • La scena più bella del film
    Nessuno la cita nelle recensioni online, ma per me è la fuga dal pianeta Jedha bombardato dalla Morte Nera (“Abbiamo un problema all’orizzonte: non c’è più orizzonte”). Visivamente straordinaria seppur debitrice di almeno una sequenza vista altrove (Gareth Edwards deve aver studiato e ristudiato una certa scena di Interstellar).
  • La seconda metà
    Contrariamente a quanto leggo in rete, a me la seconda parte del film non ha fatto gridare al miracolo. È in gran parte occupata dalla battaglia finale, molto lunga e articolata, ed è più smaccatamente starwarsiana nello sviluppo e nelle situazioni (dall’incursione segreta allo scudo da distruggere, dall’archivio affacciato sul vuoto – immancabile – alle evoluzioni degli X-Wing). Su tutto aleggia un tono più cupo, ma se si gratta sotto la superficie si capisce che ci si sta muovendo su territori rassicuranti.
    Cosa vuol dire? Be’, confesso che a tratti, nella parte finale, mi sono un po’ annoiato: il che forse è il difetto più grave, tragico e sconvolgente del film.
  • Fantaguerra
    Il regista Gareth Edwards lo aveva detto in fase di produzione: questo è un film di guerra ambientato nell’universo di Star Wars. E Rogue One è effettivamente un film di guerra con tutte le caratteristiche del caso, dalle scene d’azione al destino segnato dei protagonisti.
    Però mi aspettavo di più. Il film è sporco, ok, ma non violento, e nessuno dei due schieramenti è crudele fino in fondo. E non mi bastano le molte sequenze di battaglia (ben girate, per carità). Nessuno saprà mai se i famosi rimaneggiamenti estivi abbiano davvero cambiato le carte in tavola, o se semplicemente il film era stato pensato con questo tono sin dall’inizio. Semplicemente mi aspettavo un po’ di coraggio in più. Anche perché, paradossalmente, la sequenza più cruda del film arriva in extremis ed è anche l’unica in cui compare una spada laser.
  • Gli ultimi due minuti
    Quelli di cui parlano tutti. A me sono piaciuti. Molto. C’è poco da fare.

Metto in archivio Rogue One con sentimenti contrastanti. Mi sento in parte rassicurato: quello che avevo scritto due anni fa è ancora valido, sono ancora ansioso di vedere registi diversi mettere le mani su questa materia, e non vedo l’ora di seguire la saga in tutte le direzioni in cui si avventurerà.

Ma allo stesso tempo sento qualcosa di strano, una perturbazione nella Forza. Come se qualcosa fosse andato storto, come se mancasse qualcosa. Mi sono interrogato a lungo, mentre scrivevo questo post, per capire cosa fosse. Alla fine ho trovato la risposta nell’ultima riga di questa recensione di Gabriele Niola: si esce dal cinema soddisfatti, “però non con gli occhi pieni di sogni”.
È esattamente questo il punto: è il modo in cui sono uscito dal cinema, il modo in cui ripenso al film adesso. Manca la magia in Rogue One, quel qualcosa in più che mi ha sempre fatto sognare con Star Wars.

Solo che mi chiedo: è veramente un difetto di questo film, o sono semplicemente cresciuto?

PS: studiate la storia, per favore. Il primo a rubare i piani della Morte Nera è stato Kyle Katarn.

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