Sing Street, capolavorico

C’è questa espressione tutta anglosassone che mi ha sempre fatto impazzire: coming of age. Sentite come suona bene? Coming of age, dove per age si intende “adult”. Il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, sintetizzato in tre parole ricche di sottintesi. E gli anglosassoni sono talmente bravi, e questa espressione deve affascinare tanto anche loro, che la usano anche per un genere narrativo preciso. E tra i miei film e libri preferiti compaiono tanti di quei coming of age che neanche vi immaginate.

In questo momento al cinema c’è uno dei più memorabili film coming of age degli ultimi anni, e se non ci state attenti neanche lo noterete. Distribuito in una manciata di sale – troppo poche in rapporto al suo valore – Sing Street è per me uno dei migliori film del 2016. Fatevi un regalo questo weekend: cercate un cinema che lo proietta e andate a vederlo. Così, sulla fiducia. Se poi avete bisogno di una spinta, c’è qui il resto del post.

Dublino, 1985. Il liceale Conor, vessato dai bulli e con i genitori sull’orlo del divorzio, si innamora di una ragazza più grande, sedicente aspirante modella. In quella che è solo la prima di una serie di scene memorabili, le chiede di recitare nel videoclip della sua band. Lei accetta, un po’ scettica. Il più è fatto, se la ride Conor. Ora non gli resta che formarla davvero, una band. Tra audizioni strampalate, prove a casa di amici pittoreschi, videoclip girati in vicoli di periferia, la band – i Sing Street – arriverà ad esibirsi alla festa del liceo, mentre Conor diventa inesorabilmente grande.

Questo è quello che succede nel film, più o meno. Ma è davvero così importante di fronte al campionario di dialoghi brillanti e canzoni scatenate che danno al film un ritmo indiavolato? Superati i primi cinque, fisiologici minuti – in cui ci viene presentato il protagonista e la sua famiglia, in cui riveste un ruolo fondamentale il fratello maggiore – il film esplode e va in picchiata veloce fino alla fine. Merito soprattutto dell’accompagnamento musicale quasi ininterrotto, che mischia le hit di quegli anni – Duran Duran, a-ha, The Cure – a pezzi originali composti appositamente per il film. Il risultato è divertente, fresco e coinvolgente, e fa battere il piede a tempo per tutta la durata.

A fare da corollario c’è una carrellata di personaggi delineati con pochi ma decisi tratti. I componenti della band, come nella migliore tradizione, sono un compagnia di freak, talmente sfigati che sconfinano nell’epico. Ognuno di loro aggiunge qualcosa al film – anche una sola scena degna di nota – e insieme funzionano a meraviglia. Geniali le loro apparizioni a scuola abbigliati, di volta in volta, nello stile del loro gruppo preferito del momento. E fantastico il casting di volti sconosciuti, almeno dalle nostre parti: il più famoso è Jack Reynor, che interpreta il fratello del protagonista (un ruolo fondamentale, visto che il film è dedicato “To brothers everywhere”).

Dietro la macchina da presa – e non solo: è anche sceneggiatore e compositore delle canzoni originali – c’è John Carney, già regista di un cult come Once. C’è una certa irlandesità che pervade tutto il film: dal waterfront dei pescherecci ai parchi pubblici d’autunno, passando per il filtro plumbeo che si addice particolarmente alla pellicola. Nessuno sta dicendo che non sia ruffiano – lo è, eccome se lo è. Ma il regista ama il suo film – che non escludo abbia parecchi risvolti autobiografici – e si vede in ogni fotogramma.

Sing Street racconta tante cose. Parla di amore, di amicizia, di fratellanza, di rivincita, di ribellione. Ma soprattutto dice molto su quello che succede quando si diventa grandi, con tutte le sue contraddizioni, i suoi pericoli e le sue gioie.

Non ricordo, vi ho già detto quanto mi piace il genere coming of age?

(Nota a margine personalissima: ho visto Sing Street durante il Cinema2Day, in una sala quasi piena e sicuramente più affollata di quanto fosse lecito aspettarsi per un film tutto sommato di nicchia. In situazioni come questa si crea un’empatia unica nel pubblico, un sentimento quasi arcaico che si è perso in gran parte delle visioni cinematografiche di oggi. Abbiamo riso e tenuto il tempo tutti insieme, ed è stato bellissimo)

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