To the Moon, o della dignità del videogioco

Quando, circa due anni fa, aprii questo blog, non avrei mai immaginato di trovarmi a scrivere due post consecutivi sui videogiochi. Per quanto abbiano rappresentato una fetta importante della formazione culturale del sottoscritto, sento che appartengono più al mio passato che al mio presente, per tutta una serie di motivi che non sto qui a elencare. Ero convinto che, su questo blog, avrebbero trovato spazio solo in un’ottica nostalgica. Poi, all’improvviso, è arrivato To the Moon.

All’improvviso almeno per me, che come sempre viaggio nella scia del retrogaming e arrivo sulle cose con qualche anno di ritardo. To the Moon è un videogioco del 2011, pubblicato soltanto su Pc e creato da un piccolo team di sviluppo indie, Freebird Games, capitanato dal nippo-canadese Kan Gao. Ne avevo sentito parlare distrattamente e mi aveva colpito per lo stile minimale e per le buone recensioni. Poi sono arrivati i saldi di Steam e l’ho comprato a una cifra ridicola: meno di 2€ per quello che è considerato uno dei videogiochi più emozionanti di sempre.

In realtà faccio fatica a definire To the Moon “videogioco”. Questa parola presuppone una partecipazione attiva da parte del giocatore, con un’interazione costante e ostacoli di diverso tipo: tutti elementi assenti quasi del tutto in questo caso. In To the Moon, essenzialmente, si assiste allo sviluppo della storia, si leggono dialoghi e si interagisce in maniera minima con lo scenario. Il massimo sforzo richiesto al giocatore è quello di risolvere dei semplici rompicapo di tipo logico, tra un “livello” e l’altro. Wikipedia parla di “visual novel”, un oscuro genere videoludico diffuso prevalentemente in Giappone. Di fatto, è come vedere un film o una mini serie tv, secondo una prassi sempre più diffusa nel panorama videoludico contemporaneo (vedi le serie episodiche di Telltale Games, che comunque sono di gran lunga più interattive).

Quel che è certo è che il cuore di To the Moon è costituito dalla trama. In un futuro prossimo, la Sigmund Agency of Life Generation offre ai propri clienti la possibilità di esaudire un desiderio attraverso l’impianto di ricordi artificiali all’interno della propria memoria: un servizio di cui si avvalgono persone prossime alla morte, per garantirsi una fine senza rimpianti. La storia segue due specialisti dell’agenzia, Eva Rosalene e Neil Watts, alle prese con l’ultimo desiderio dell’anziano Johnny Wyles: andare sulla luna. I due cominciano quindi a percorrere a ritroso i ricordi dell’uomo, alla ricerca dell’origine del desiderio e di un modo plausibile per renderlo realizzabile.

Sarebbe un delitto raccontare qualcosa di più della semplice situazione di partenza, perché il fascino del gioco è tutto nella sua trama articolata e nella caratterizzazione dei personaggi. Nella prima metà la narrazione procede a ritroso, dalla vecchiaia all’infanzia di Johnny, creando un effetto straniante: i personaggi vengono presentati al contrario, vediamo prima l’epilogo di alcune situazioni e poi ne scopriamo le cause, in un meccanismo che mi ha ricordato Memento di Christopher Nolan. Se la prima parte della trama serve a costruire lo scenario e soprattutto le personalità dei personaggi – a partire da River, la moglie di Johnny, personaggio cardine di tutta la vicenda – la seconda metà del gioco (stavo per scrivere film, giuro) si concentra più sui colpi di scena, culminando in un finale che è allo stesso tempo ricco di tensione e toccante.

A parte alcune sezioni in cui troppe informazioni vengono date per scontate, il gioco è complessivamente ben scritto e ottimamente strutturato. A contribuire è anche la coppia di protagonisti, dotati di caratteri ben definiti che vengono messi alla prova nel corso della storia ed esaltati nelle sequenze finali. Per fortuna non manca l’ironia, che condisce i dialoghi dall’inizio alla fine, con alcuni sorprendenti riferimenti nerd: sono sempre più convinto che, in ogni opera narrativa, l’ironia marchi davvero la differenza tra un prodotto normale e uno che viene ricordato negli anni a venire.

Design e scrittura sono dello stesso Kan Gao, che ha cominciato programmando giochi nel tempo libero, durante l’università. Il gioco è costruito con RPG Maker, un programma che consente a tutti – esperti e non: anni fa ci smanettai anche io – di costruire giochi di ruolo: l’effetto finale è una grafica volutamente retrò, bidimensionale e pixellosa, con dei bellissimi sfondi disegnati a mano e ambienti di gioco in cui molto è lasciato alla fantasia del giocatore. D’altro canto, la colonna sonora è notevole: composta dallo stesso Kan Gao e da Laura Shigihara, è dominata dal pianoforte e dai sintetizzatori, ed è stata addirittura commercializzata a parte. A pensarci bene è molto giapponese: mi ha ricordato alcune tracce di Final Fantasy (non è un difetto, anzi), e il tema principale rende abbastanza l’idea. Le scene più toccanti ed emozionanti del gioco sono punteggiate da temi musicali memorabili: e l’epilogo, in cui un certo rumore di fondo si sovrappone alle note musicali, è un autentico colpo di genio.

To the Moon è entrato nelle classifiche dei migliori giochi dell’anno, in quelle dei migliori giochi di avventura di tutti i tempi, ha vinto il premio come “Miglior trama dell’anno” ed è stato citato più volte nelle liste dei videogiochi più commoventi di tutti i tempi. Ma tutto questo – per quanto meritato – rischia di far passare in secondo piano ciò che To the Moon realmente è. Questa è un’opera che affronta temi universali (amore, morte, ricordo), addentrandosi su territori serissimi (autismo, psicofarmaci) e ponendosi interrogativi morali (è giusto andarsene nell’illusione, portandosi dietro un bagaglio di ricordi virtuali?). È un’opera che cita cinema (Memento, come detto, ma anche e soprattutto Eternal Sunshine of the Spotless Mind) e letteratura più o meno alta (I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen torna più volte, ma anche la serie degli Animorphs). È soprattutto una commovente storia d’amore e sacrificio, capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Il tutto con una manciata di pixel.

Per quanto mi riguarda, dovrebbero mettere in cantiere un film tratto da questo videogioco domani mattina. Fino ad allora, il mio consiglio è soltanto uno: recuperate To the Moon. Non è un gioco con cui si gioca. È un gioco con cui ci si emoziona.

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