Heart of the Sea, quando l’adattamento tradisce

C’è un periodo – più o meno da inizio Dicembre a fine Gennaio – in cui escono al cinema talmente tanti film che voglio vedere che è quasi imbarazzante, oltre che dannoso per le mie finanze. Anche quest’anno, puntualmente, si ripete la stessa storia (con l’aggravante Star Wars, se possibile), così ho giocato d’anticipo. Il primo film finito sulla lista è stato Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick.

Avevo un bel po’ di motivi per aspettare questo film. Primo, ho letto il bellissimo libro da cui è tratto (ne ho parlato in un post circa un anno fa). Secondo, il cast è di tutto rispetto, con un regista ormai navigato al comando. Terzo, un’avventura marinaresca su uno schermo gigante e con gli effetti speciali giusti non si disdegna mai. Quarto, questo film doveva uscire a Marzo, ma poi è stato posticipato perché la Warner ha deciso di puntare su questo cavallo per la corsa agli Oscar: vuoi vedere che allora è un filmone da non perdere?

Ora, prima di dire qualsiasi altra cosa, devo specificare che il mio giudizio sul film è inevitabilmente influenzato dall’aver letto – e adorato – il libro. Tutto quello che scriverò qui di seguito potrebbe quindi essere iscritto alla noiosa categoria de “il libro è meglio del film”, ma tant’è.

Il film racconta la vicenda della baleniera Essex, naufragata a largo dell’Oceano Pacifico in seguito all’attacco da parte di un gigantesco capodoglio. A seguito dell’affondamento della nave, l’equipaggio cominciò una lunga odissea nel tentativo disperato di raggiungere la terraferma a bordo di tre scialuppe. La storia è vera e ha ispirato Herman Melville per il romanzo Moby Dick: il film infatti è racchiuso in una cornice narrativa in cui lo scrittore si fa raccontare la vicenda dall’ultimo sopravvissuto della Essex.

Per il modo in cui il film è strutturato, appare evidente che il tema fondante della pellicola sia il confronto/scontro tra l’uomo e la natura, qui impersonata dal temibile capodoglio. L’affondamento della nave avviene esattamente a metà, tant’è che il film è divisibile in due parti: la prima ora è dedicata al racconto della caccia alle balente, la seconda ora invece all’odissea delle scialuppe alla deriva.

Se la prima parte è piuttosto fedele alle vicende del libro, la seconda introduce una variazione a prima vista superficiale, ma che finisce con cambiare il senso stesso della storia. La balena, dopo aver attaccato e distrutto la nave, segue le tre scialuppe, le attacca nuovamente e si palesa addirittura una terza volta. L’animale diventa, di fatto, un vero e proprio antagonista, un nemico assetato di sangue che cerca la vendetta. Nel libro, invece, quello dello scontro con la balena è un tema quasi secondario: il vero focus della vicenda è infatti la storia di sopravvivenza che comincia al momento del naufragio. Il film invece sembra trascurare questa parte per enfatizzare il tema della lotta, con il risultato di mettere in piedi una vicenda improbabile (di fatto la balena percorre mezzo oceano soltanto per prendere a capocciate gli stessi esseri umani).

La seconda metà del film, a conti fatti, è proprio la parte più debole della pellicola. Per quanto sia difficile condensare gli eventi di mesi nel minutaggio di un film, i fatti sembrano succedersi troppo velocemente, senza dare il tempo allo spettatore di rendersi pienamente conto di ciò che sta succedendo. Gli uomini arrivano al gesto estremo – il cannibalismo, accennato ma non mostrato – eppure sembra una scelta come un’altra: il film non riesce a trasmettere il peso e il senso di tragedia della situazione. Il libro, sotto questo punto di vista, era invece impressionante per la sua capacità di comunicare l’orrore.

Guardando questo film ho pensato che a volte i film lunghi sono necessari. Se fosse durato tre ore, forse, Heart of the Sea avrebbe potuto mettere più carne al fuoco, dilatando i tempi e aumentando il coinvolgimento dello spettatore. Perché io, ai personaggi visti sullo schermo, non mi sono affezionato: sono pochi i membri della ciurma caratterizzati, il resto rimane pressoché anonimo. Nel libro, invece, era un’agonia voltare pagina per scoprire chi, dell’equipaggio, non ce la faceva.

Il film poi, per forza di cose, non può includere tutta una serie di riflessioni che aggiungevano profondità e spessore al libro. Nel cuore dell’oceano di Nathaniel Philbrick è infatti un’opera a metà tra romanzo e saggio, ricco di approfondimenti sociali, storici ed economici che contribuiscono al fascino del libro. Nel film scompaiono le differenze sociali tra i membri della ciurma (rimane soltanto, enfatizzato, il contrasto tra capitano e primo ufficiale), scompaiono le sfaccettature religiose e gli excursus sull’industria baleniera. È la natura stessa dell’adattamento, ovviamente, che rende impossibile tradurre integralmente il contenuto di un libro: eppure resta la sensazione che alcuni aspetti avrebbero potuto essere trattati meglio, contribuendo alla resa complessiva del film.

Lo dicevo all’inizio: questa recensione risente fortemente del mio giudizio sul libro. Il film infatti non è quella schifezza immonda che sembra da come l’ho descritto finora. Anzi, è sicuramente gradevole e spettacolare. Più che le scene con la balena – comunque ben strutturate – mi hanno colpito il trucco degli attori emaciati per il digiuno e alcune inquadrature ardite (non ci possono fare niente: quando montano la telecamera su un remo o su un pennone io mi emoziono). Ma la scena che più mi rimarrà impressa – e giurerei che non sono il solo – è quella della macellazione della balena.

Ron Howard si conferma un regista onnivoro, capace di passare da un genere all’altro senza battere ciglio (è un pregio per me, sia chiaro): ormai, zitto zitto, ha costruito un curriculum notevole. Degli attori, mi sono piaciuti più quelli di contorno: per me Brendan Gleeson è un grandissimo da sempre, mentre Chris Hemsworth proprio non mi scende giù.

In definitiva: probabilmente uno spettatore normale, con aspettative più basse delle mie, l’avrebbe fatta molto più breve. Non esistesse il libro, mi limiterei a giudicare il film per quello che ho visto; ma visto che il libro esiste, mi salta più all’occhio quello che non ho visto. A tutti – a chi è piaciuto il film, a chi no, a chi neanche lo ha visto – consiglio la lettura del libro, una vera e propria epopea marinaresca d’altri tempi.

 

PS: sono tornato a scrivere sul blog dopo mesi, e mi è piaciuto tantissimo. Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno spronato, chi un modo chi in un altro, a scrivere di nuovo e a tenere vivo questo progetto.

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3 pensieri su “Heart of the Sea, quando l’adattamento tradisce

  1. Finalmente sei tornato! Hai ragione, nel periodo tra Dicembre e Gennaio escono troppi blockbuster tutti insieme. L’anno scorso ad esempio ne abbiamo avuti 4 usciti in contemporanea: American Hustle, The Butler, Capitan Harlock e Un boss in salotto. Se questi film fossero usciti in un arco di tempo più lungo, lo spettatore medio ne avrebbe visti almeno 2 o 3; se invece la distribuzione li fa uscire tutti lo stesso giorno, è chiaro che gli spettatori ne scelgono uno soltanto e agli altri 3 restano le briciole. Infatti a Capodanno gli incassi sono stati:

    – 1 milione e mezzo per Un boss in salotto;
    – 660.000 euro per Capitan Harlock ;
    – 360.000 euro per American Hustle;
    – 270.000 euro per The Butler.

    Tradotto: Un boss in salotto si è mangiato tutta la torta.
    Anche quest’anno si ripeterà il copione: ad esempio, Star Wars, l’ultimo di Spielberg e l’ultimo di Woody Allen usciranno lo stesso giorno. Davvero un’ottima strategia di marketing.

    • Ti avevo promesso che non vi avrei abbandonato!

      Purtroppo quello delle uscite natalizie non è un problema nuovo… È comunque innegabile che, a ridosso delle feste, più italiani vadano al cinema, quindi ogni casa vuole la sua fetta di torta. Io regolarmente finisco col fare una selezione e poi recuperare alcuni titoli nelle seconde visioni. Certo, questo poi è un anno particolare, visto che Star Wars farà (giustamente) la voce grossa.

      • Io sarò tra i pochissimi esemplari al mondo che non andranno a vederlo: i film cosmici per me sono noia allo stato puro. Harrison Ford però mi piace: in Crossing Over ha fornito un’interpretazione maiuscola. Grazie per la risposta, e bentornato tra noi! 🙂

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