Grim Fandango: retrogaming per un futuro migliore

Chissà se un giorno si parlerà dei videogiochi con la stessa dignità con cui oggi si parla di cinema, letteratura e musica. Chissà se si andrà alla ricerca delle tracce autoriali, dell’impronta di questo o di quel game designer, del segno lasciato da uno sceneggiatore o da un grafico. Chissà se ci saranno retrospettive, per capire da dove si viene e dove si va, e chissà se si studieranno i grandi classici per capire cosa li ha resi veramente immortali. Se tutto ciò succederà, se anche soltanto mi sarò avvicinato alla verità, allora non si potrà non parlare di Grim Fandango.

Forse, di tutti i settori dell’intrattenimento, l’unico in cui i remake sono veramente necessari è quello dei videogiochi. E questo per ragioni prettamente tecniche: la tecnologia è più veloce di noi, rende obsoleti i nostri dispositivi quando abbiamo appena imparato a divertirci con loro, e ci costringe ad abbandonarli nel passato come carcasse. Con questo non voglio giustificare remake, special edition e edizioni rimasterizzate varie, ma soltanto spezzare una lancia in loro favore: da un lato consentono di tenere viva la memoria dei nostalgici, dall’altro consentono alle nuove generazioni di conoscere vere e proprie perle.

Grim Fandango è un videogioco del 1998: diciassette anni fa. Venne prodotto e sviluppato da una casa che oggi non esiste più, la LucasArts, e già questo la dice lunga. Lo scorso 27 gennaio è stato pubblicato, preceduto da una notevole eco nel settore, Grim Fandango Remastered: una versione per Playstation 4 e Pc che consiste nello stesso identico gioco, con qualche effetto grafico al passo coi tempi, colonna sonora rimasterizzata e un commento audio degli autori. Ma il vero valore aggiunto di questa edizione è un altro, ed è la possibilità, per tutti, di poter giocare oggi questo capolavoro sommo.

Io ci giocai la prima volta a cavallo del 2000, in un’epoca in cui il mio Pc a stento riusciva a farlo girare. Mi piacque da subito, ma all’epoca non avevo rispetto per i videogiochi: ci giocai fin quando non mi bloccai, per poi abbandonarlo e rispolverarlo periodicamente senza molto successo. Ma, soprattutto, non avevo l’età giusta per capirlo e gustarmelo fino in fondo. Nel 2007, approfittando di una riedizione, me ne procurai una nuova copia e finalmente lo finii, godendomi la trama, i temi e le vicende dei personaggi dall’inizio alla fine.

Paradossalmente, parlare della trama di Grim Fandango mi risulta molto difficile, nonostante sia indiscutibilmente uno dei maggiori pregi del gioco. La storia è ambientata in un aldilà di chiara derivazione messicana, in cui le anime dei defunti devono attraversare la Terra dei Morti prima di giungere alla loro destinazione ultima, il Nono Aldilà. La Terra dei Morti, in Grim Fandango, è un vero e proprio specchio del mondo reale, con tanto di città, locali notturni, lavori al limite del legale, criminalità. È un posto in cui molte anime – specie le più deboli – decidono di restare, rinunciando per sempre all’idea di raggiungere il Nono Aldilà, e arrivando persino a dubitare che esista.

Fin qui l’ambientazione di fondo dell’opera, che comunque risulta inevitabilmente semplificata da queste poche righe. La trama vera e propria, invece, ruota attorno alle vicende di un semplice impiegato che si ritrova coinvolto in una storia di crimine e corruzione, il cui perno – manco a dirlo – è una femme fatale.

Ci sono diversi motivi per cui considero questo videogioco un capolavoro senza tempo. Proverò a procedere per punti, senza un particolare ordine, cercando di cogliere l’essenza di ognuno di essi e spiegando perché hanno reso immenso questo gioco.

La vogliamo mettere come tradizione, Manny? Ogni Giorno dei Morti tu ti butti a mare e io ti ripesco?

Punto primo: l’atmosfera generale che permea la trama. La tagline di lancio, all’epoca della sua prima uscita, recitava: “Un’epica storia di crimine e corruzione nella Terra dei Morti”. Sottolineerei l’aggettivo “epico”: la storia di Grim Fandango è così ricca e traboccante di personaggi, temi ed episodi che se ne viene quasi sopraffatti. Dettaglio non trascurabile: la vicenda raccontata si svolge nell’arco di quattro anni, dando un respiro monumentale alla storia, con personaggi che cambiano nel tempo, altri che scompaiono per poi tornare in gioco, e un protagonista che risulta veramente credibile nella sua evoluzione. Grim Fandango è un gioco corposo, che non si scorda.

“Oh Manny, sei così cinico. Cosa ti è successo? Cos’è che ti ha fatto perdere la speranza e la gioia di vivere?”
“Sono morto”

Punto secondo: lo stile. Grim Fandango è frutto della mente di Tim Schafer, geniale game designer dell’epoca d’oro delle avventure grafiche (e non solo: è ancora sulla breccia), che per quest’opera mise insieme in un unico calderone ispirazioni e fonti diverse. Da un lato l’opera risente di fortissime influenze messicane o ispanoamericane, che affondano le proprie radici nell’interesse personale di Schafer per il folklore messicano; dall’altro, Schafer dette libero sfogo al suo amore per il noir, attingendo a piene mani dall’immaginario letterario (Raymond Chandler e Dashiell Hammett in primis) e cinematografico (Casablanca, Il mistero del falco, e così via). I personaggi di Grim Fandango parlano con accento spagnolo, mentre fumano e bevono come se non ci fosse un domani: il risultato è spiazzante, unico e indubbiamente affascinante.

La mia falce: mi piace tenerla vicino a dove era il mio cuore

Punto terzo: il design. Coerentemente con lo spirito di fondo dell’opera, anche il design di Grim Fandango (curato da Peter Chan) rimanda a fonti di ispirazione ben precise. Le anime dell’aldilà sono raffigurate come scheletri, e in particolare come calacas messicane; ma gli edifici e le scenografie degli interni si rifanno allo stile Art Deco, mentre le strade delle città pullulano di insegne al neon, pozzanghere e personaggi borderline che sembrano usciti dagli anni ’30. E la cosa bella è che il tutto funziona a meraviglia.

“Non sono riusciti a salvarmi, vero?”
“No, ma forse tu puoi salvare me”

Punto quarto: la colonna sonora. Forse uno degli elementi che più mi colpirono del gioco, e che ancora oggi, a distanza di anni, ricordo con piacere. Le musiche di Grim Fandango sono opera di Peter McConnell e all’epoca vennero addirittura pubblicate in un album a sé stante: un onore rarissimo nel mondo dei videogiochi. McConnell fece nell’ambito sonoro quello che Chan aveva fatto in quello visivo: fuse generi diversi, mischiò melodie distanti epoche e chilometri, e tirò fuori dal cilindro un autentico capolavoro da sentire e risentire. Pezzi folkloristici (“Companeros” e “Ninth Heaven” su tutti), brani autenticamente jazz (“Casinò Calavera” o “Mr. Frustration Man”) e tracce epiche (“Temple Gate”) si alternano con la naturalezza di chi sa che sta facendo la storia.

“Manuel, ti sei forse…innamorato?”
“Amore? L’amore è per i vivi, Sal”

Punto quinto: i temi. Grim Fandango è un videogioco per adulti. È condito da una sana dose di ironia, certo, ma su tutto aleggiano temi potenti e universali. Sarà che i personaggi sono tutti morti, ma nel corso dell’intera vicenda è in agguato la malinconia: per la vita perduta, per gli affetti lasciati, per il paradiso perduto (il Nono Aldilà che in molti rinunciano a cercare, e che forse neanche esiste davvero). In un mondo in cui sono costantemente in agguato la corruzione, il dolore e – paradossalmente – anche la morte (le anime vengono “germogliate”, morendo così anche nel mondo dei morti), il protagonista tenta di farsi strada inseguendo l’amore di una donna che forse è la sua unica ancora di salvezza, insieme a un manipolo di pochi amici fedeli (il demone Glottis e il soldato Salvador). Senza contare i sottotesti politici – a un certo punto entra in scena un movimento clandestino di resistenza armata; e un enigma del gioco coinvolge un poliziotto corrotto e un gruppo di lavoratori in sciopero – e i riferimenti sessuali. C’era un periodo della mia vita in cui fantasticavo una versione cinematografica di Grim Fandango: ecco, temo che quel periodo non sia mai finito, visto che ancora oggi credo che qui ci sia il materiale perfetto per un film.

Grim Fandango fu salutato dalla critica specializzata come un capolavoro, e col passare degli anni è diventato un classico del genere. Alla sua uscita, però, vendette pochissimo; era il 1998, la fine di un’era, e da lì a poco le avventure grafiche – questo glorioso genere cui appartiene Grim Fandango – sarebbero state relegate all’angolo più nascosto dell’industria videoludica.

Ho praticamente smesso di giocare con i videogiochi già da un po’, ma sono abbastanza sicuro che giochi come Grim Fandango, oggi, non se ne facciano più. Non è una questione di grafica, né di limiti tecnici: è una questione di anima, o forse di cuore. Grim Fandango è complesso, ricco di temi, universale, poetico, drammatico, commovente. Mi ha emozionato come poche altre opere – libri o film – hanno fatto: e non mi importa se è un videogioco, le cose stanno proprio così.

Grim Fandango Remastered è ora disponibile per tutti. Su GoG costa 11€, su Steam 14€, ma ai prossimi saldi potreste portarvelo a casa con molto meno. È un’opera immortale e un pezzo di storia dei videogiochi. E, per quel che vale, è anche un pezzo della mia formazione culturale.

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10 pensieri su “Grim Fandango: retrogaming per un futuro migliore

  1. Veramente un’ottima recensione, che dimostra quanto si possa amare un videogioco.
    Questo amore profondo per i videogiochi io amo esprimerlo sul mio progetto online che tratta proprio di citazioni dal mondo dei videogiochi, tra cui anche Grim Fandango, se vi va di visionarlo.
    Complimenti.

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