Nel cuore dell’oceano: una storia di sopravvivenza

L’ultimo libro che ho letto nel 2014 è un volume di quindici anni fa, deformato per l’umidità e dall’odore di libro invecchiato, che ho visto girare per casa e non ho resistito alla tentazione di acciuffare. Si intitola Nel cuore dell’oceano, lo ha scritto Nathaniel Philbrick e il suo riassunto perfetto si trova sulla quarta di copertina dell’edizione italiana (Garzanti): “un’avventura di uomini, di mare, di orrore: la vera storia della baleniera che ha ispirato Moby Dick”.

La verità è che non so resistere al richiamo della letteratura marinaresca. Qualche mese fa, in una Feltrinelli di Milano, avevano allestito temporaneamente un angolo sul tema “Il Mare”: sarei rimasto lì tutto il giorno a sfogliare le pagine e a leggere i titoli, uno più evocativo dell’altro. Nel caso di Nel cuore dell’oceano, al richiamo tutto fanciullesco delle avventure per mare, si aggiungeva il fatto che la storia raccontata fosse vera, oltre all’annuncio di un film tratto dal libro in uscita nel 2015.

Nel cuore dell’oceano appartiene a quel sottogenere letterario che nel mondo anglosassone viene indicato con l’espressione narrative non-fiction: racconta una storia vera, basata su un numero sconvolgente di fonti e riferimenti bibliografici, ma non è un saggio; ed è avvincente e scorrevole come un romanzo, ma non è un’opera di fiction. È un ibrido molto particolare e affascinante, che riesce nell’impresa di delineare in maniera chiara un intero mondo e le sue regole, senza rinunciare né al rigore storico né a una vera e propria trama. Curiosamente, l’unico altro esempio di questo genere che io abbia mai letto è anch’esso un libro di mare, La tempesta perfetta di Sebastian Junger.

Il libro ruota attorno al viaggio della baleniera Essex, salpata dall’isola di Nantucket nel 1819 e affondata in seguito all’attacco di un gigantesco capodoglio nel novembre del 1820, a largo delle Isole Galapagos. I venti uomini dell’equipaggio cominciarono a quel punto un’odissea attraverso l’Oceano Pacifico, nel disperato tentativo di toccare terra o incontrare una nave che li soccorresse. Ne sopravvissero solo otto.

La storia ebbe una vastissima eco nell’America di inizio Ottocento: l’autore scrive che, solo pochi anni dopo, la vicenda veniva studiata su tutti i libri di scuola. A rendere leggendario il viaggio dei sopravvissuti, tuttavia, fu lo scrittore Herman Melville, che trasse ispirazione dall’odissea della Essex per il suo romanzo più famoso, Moby Dick.

Nel cuore dell’oceano è un libro interessante per almeno tre motivi. Il primo è che l’autore ricostruisce il contesto storico e sociale in cui la vicenda è ambientata. Il lungo capitolo che apre il libro, infatti, è interamente dedicato alla descrizione della baleneria ottocentesca e della sua capitale mondiale: l’isola di Nantucket, a largo dell’odierno Massachusetts, che nel diciannovesimo secolo, all’apice della caccia alle balene, divenne un fiorente centro industriale. Philbrick ne ricostruisce il tessuto sociale (con le tensioni tra la gente dell’isola e le persone del continente), economico (con il fiume di denaro che si riversò sull’isola grazie alla lavorazione dell’olio di balena) e religioso (una grossa enfasi è posta sul fatto che Nantucket fosse un importante centro quacchero), dando a tutti le basi per comprendere perché decine di giovani decidessero di intraprendere viaggi lunghi anni fino ai confini del mondo.

Il secondo motivo di interesse sta, dal mio punto di vista, nella cronaca del viaggio dell’Essex. Dalle dinamiche di bordo – con i nantuckettesi privilegiati rispetto agli stranieri – fino agli imprevisti e alle varie soste per rifornirsi, passando per il leggendario doppiaggio di Capo Horn. Pagina dopo pagina si sale a bordo con tutta la ciurma, partecipando alle battute di caccia e affrontando ogni tempesta, fino al giorno del disastro. La nave venne affondata dall’attacco, apparentemente volontario, di un capodoglio di dimensioni colossali, che da preda si trasformò in predatore abbattendo il veliero davanti agli occhi increduli dell’equipaggio. Al fatto, senza dubbio l’episodio che più colpì Melville, viene dedicato un intero capitolo, anche se, nell’economia dell’opera, la vendetta della balena risulta essere tutto sommato marginale: non è il tema su cui è incentrato il libro.

Il terzo motivo di interesse, infatti, è quello definitivo: l’incredibile odissea dei naufraghi è una delle più straordinarie storie di sopravvivenza mai raccontate. A bordo di tre scialuppe, con provviste limitate, senza acqua, in balia delle onde e della pioggia, i sopravvissuti decidono di puntare verso le lontanissime coste del Sud America invece di dirigersi verso la Polinesia. La scelta, dettata dal timore di incontrare indigeni cannibali, si rivelò fatale e infine anche paradossale: dopo quasi due mesi di navigazione senza meta, prostrati dalla fame e dalla disperazione, i sopravvissuti ricorsero proprio al cannibalismo. C’è l’orrore puro nell’odissea dei marinai della Essex, ma anche la voglia di sopravvivere e di tornare a casa: è l’umanità messa a nudo di questi uomini davanti alla più estrema delle sfide che rende la vicenda tanto epica e universale.

C’è un brano tratto dal risvolto di copertina dell’edizione italiana (sì, adoro i paratesti letterari: un giorno dovrò scriverci un post su) che descrive bene l’atmosfera del romanzo:

“La durissima lotta degli uomini contro il freddo, il vento e le onde, il rapporto con la morte sempre in agguato, il sottile filo della sopravvivenza cui si aggrappano i naufraghi offrono così un’avvincente parabola sul destino umano: il Dio in cui credono i marinai di Nantucket li porta nel mare inquieto e li rende signori del creato e delle sue creature, ma può anche punire l’orgoglio dell’uomo, per sprofondarlo negli abissi, ridurlo a un verme costretto a cibarsi della carne dei suoi simili.”

Proprio quando tutto sembra perduto, però, i sopravvissuti vengono tratti in salvo, in maniere diverse che non svelo per non rovinare il gusto della lettura. Perché sì, questo è un libro che si legge anche per scoprire chi ce la fa a salvarsi: ci si appassiona ai personaggi, in tutte le loro umanissime contraddizioni e debolezze, e alla fine si fa il tifo per tutti loro. Eccezion fatta per il primo ufficiale Owen Chase e per il marinaio Thomas Nickerson – dalle memorie dei quali l’autore è partito per raccontare la vicenda – il destino degli altri all’inizio ci è ignoto, per cui, come detto, il libro può essere letto anche come un romanzo.

Un gran bel romanzo, per di più. Sapevo già che ne sarebbe stato tratto un film, quindi forse ero influenzato, ma mentre leggevo Nel cuore dell’oceano ogni scena sembrava costruita appositamente per una sua trasposizione cinematografica: nel libro ci sono già tutto il pathos e la tensione drammatica che servono. Il film uscirà il prossimo marzo: diretto da Ron Howard, ha un bel cast (Cillian Murphy, Brendan Gleeson, Ben Whishaw e l’ormai immancabile Chris Hemsworth) e dal primo trailer si presenta bene. Inutile aggiungere che è sulla (lunga) lista dei film da vedere nel 2015.

Probabilmente l’uscita del film coinciderà con qualche nuova edizione del libro. Giocate d’anticipo e procuratevi una copia da leggere prima di andare al cinema: scoprirete una storia pazzesca, narrata superbamente e solida anche dal punto di vista storico. Che poi è tutto ciò che si può chiedere a un libro del genere.

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2 pensieri su “Nel cuore dell’oceano: una storia di sopravvivenza

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