Rewind: film che ho recuperato nel 2014

Chi mi conosce sa che sono un appassionato di cinema, ma solo chi mi conosce bene è arrivato alle soglie della verità: ovvero al fatto che io conosco tantissimi film, ne so parlare, ne posso anche discutere, ma in realtà ne ho visti molti meno di quelli che vorrei far credere.

È una cosa che mi porto dietro da anni, ma il problema è che non ho abbastanza tempo per colmare tutte le mie lacune: e il fatto che ogni anno escano decine di film che vorrei vedere non aiuta. L’elenco delle mie mancanze è chilometrico ed è stato oggetto di derisione in più di un’occasione: ma ormai ho imparato a riderci su.

Volevo fare una lista per chiudere il 2014. Perché è vero che ogni dicembre veniamo sommersi dai best of di fine anno, ma è anche vero che io mi ritrovo puntualmente a leggerli tutti. Così, per dare un apporto personale, ho deciso di fare una lista alternativa: non i migliori film usciti nel 2014, ma un semplice elenco di pellicole più o meno note che da tempo desideravo vedere e che finalmente, nell’ultimo anno, sono riuscito a recuperare. Sono quelle che mi hanno colpito di più, nel bene e nel male. Un modo come un altro per confrontarsi sul giudizio di alcuni film, ma anche una maniera per riflettere su una grande verità: il momento in cui si vedono certe pellicole influenza profondamente il nostro giudizio, così come le attese di cui le carichiamo.

E dopo questa perla di saggezza si può cominciare.

  • La trilogia di Ritorno al Futuro di Robert Zemeckis (1985, 1989, 1990). Sono stato lo zimbello di tutti per anni: proprio io – grande amante della cultura nerd e profondo estimatore del cinema mainstream – non avevo mai visto una delle trilogie cardine degli ultimi trent’anni. La scorsa notte di Capodanno, dopo essere stato preso in giro per l’ennesima volta, ho fatto il voto di vederla tutta entro il 2014: e a mia discolpa va detto che già ad Aprile la promessa era stata mantenuta.
    Ora, senza dubbio i tre film sono godibili e divertenti. Come spesso accade, il primo episodio è nettamente il migliore dei tre: non a caso il secondo e il terzo si sono limitati, in molti casi, a ricalcarne le scene più famose (con buona pace dei fan). Resta la consapevolezza che, se li avessi visti a dieci anni, li avrei adorati e avrei vissuto nel loro culto come tutti gli altri: ma, essendoci arrivato con quindici anni di ritardo, li considero soltanto dei bei film. Temo che l’unica soluzione possibile, a questo punto, sia tornare indietro nel tempo e convincere il me bambino a vederli: così “la storia cambierà!” (cit.).
  • Non è un paese per vecchi di Joel ed Ethan Coen (2007). Io ho un problema con i fratelli Coen. Non conosco abbastanza la loro filmografia da poterli giudicare a pieno, e di questo me ne rammarico: ma quello che ho visto mi ha sempre lasciato interdetto (c’è una sola, luminosa, eccezione: Il Grande Lebowski, capolavoro assoluto).
    È successo lo stesso anche con Non è un paese per vecchi, film che aspettavo di vedere sin dalla sua uscita, e che il trionfo agli Oscar aveva reso ancora più appetibile. Ogni tanto, in libreria, avevo sfogliato il libro di Corman McCarthy da cui è tratto: ma una semplice occhiata allo stile – lo ammetto – mi aveva spaventato. Il film non mi è dispiaciuto, anche se avrei voluto apprezzarlo di più: colpa soprattutto del finale, un po’ troppo evanescente, e di alcune scene rimaste sospese. Ho avuto l’impressione che il film chiedesse troppo allo spettatore, in termini di collaborazione: io non sono stato in grado di riempire i puntini. Peccato.
  • Rush di Ron Howard (2013). In questo caso il ritardo è stato minimo: persi questo film al cinema e, da conoscitore del mondo della Formula 1, non potevo non recuperarlo, soprattutto dopo che se n’era detto un gran bene in giro.
    Il film mi è piaciuto e fa benissimo il suo dovere: ricostruire una lotta quasi epica, attraverso gli anni, di due eroi della modernità. Ci ho trovato il giusto bilanciamento tra scene di corsa e vicende personali, utili ad arricchire le complesse personalità dei due protagonisti. Questo, poi, è uno di quei film in cui a colpirmi particolarmente è la fotografia: c’è tutto un lavoro sui colori e sulla luce che non può passare inosservato.
  • Source Code di Duncan Jones (2011). Avevo sentito parlare parecchio di questo film e soprattutto del suo regista: Duncan Jones, figlio di David Bowie, autore dell’acclamato Moon (ma questo ancora mi manca).
    Ho visto Source Code pochi giorni dopo Edge of Tomorrow (di cui ho parlato qui), e i due film sono straordinariamente simili: la trama di entrambi ruota attorno alla possibilità di rivivere all’infinito una determinata situazione, fino a che non si riesce a risolverla. Source Code è un bel thriller fantascientifico, ricco di tensione e in bilico fino all’ultimo, che riesce a far identificare lo spettatore con il protagonista e, alla fine, anche a coinvolgerlo emotivamente. Notevole, soprattutto, il fatto che la pellicola si svolga interamente nello stesso luogo, e che riesca a creare suspense pur con appena una manciata di personaggi.
  • Looper di Rian Johnson (2012). Altro di film di fantascienza che ha fatto parlare di sé negli ultimi anni. Già all’epoca della sua uscita mi aveva incuriosito, poi la notizia che il suo regista dirigerà l’Episodio VIII di Star Wars ha fatto saltare il banco e mi ha spinto a recuperarlo.
    Curiosamente, anche qui si parla del tempo e del suo scorrere: sembra proprio che questa sia la più grande ossessione della fantascienza contemporanea. Il film si svolge nel futuro prossimo, e il suo pregio maggiore è quello di mettere in scena una caccia all’uomo molto particolare: il protagonista (Joseph Gordon-Lewitt) dà la caccia al se stesso di trent’anni dopo (interpretato da Bruce Willis). A parte questo, il film mi ha colpito particolarmente nella seconda parte, quasi interamente ambientata in un’America rurale che ha anticipato di un paio d’anni quella di Interstellar. Consigliato a tutti gli appassionati del genere.
  • Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood (2007). Il triennio 2005-2007 è stato cruciale nella mia formazione cinematografica. Uno dei film che più ho apprezzato di quel periodo fu Flags of our Fathers, prima parte di un dittico diretto da Clint Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima. La seconda parte – che doveva raccontare la stessa vicenda, ma dal punto di vista giapponese – al cinema di provincia dove vivevo non arrivò mai: troppo estrema la scelta – imposta dal regista – di proiettare in tutto il mondo il film con l’audio in giapponese.
    Ho dovuto aspettare sette anni, ma alla fine sono riuscito a recuperare anche questo film. Che è bellissimo: tecnicamente ineccepibile, con un ritmo leggermente più veloce del primo, e un groviglio di emozioni che affiora pian piano. Forse questo dittico bellico rischia di essere messo in secondo piano di fronte ai capolavori indiscussi dell’Eastwood regista, ma io non esiterei a consigliarne la visione a chiunque.
  • Le paludi della morte – Texas Killing Field di Ami Canaan Mann (2011). Probabilmente il film meno conosciuto di questa lista, l’ho recuperato la scorsa estate, una sera che lo davano in tv. Diretto dalla figlia di Michael Mann, questo thriller non è affatto male e punta, sin a partire dal titolo, su un’ambientazione ai limiti del surreale: una vasta area paludosa da qualche parte in Texas, dove periodicamente – e questa è cronaca – vengono fatti sparire cadaveri scomodi.
    Il film ha un suo stile molto rude e si fa vedere, ma sconta un finale un po’ tirato via. Funziona molto bene la coppia di detective protagonisti – Sam Worthington pronto a sparare su chiunque e Jeffrey Dean Morgan più riflessivo e compassionevole – così come tutto lo scenario di contorno. La sparo grossa: a me questo film semisconosciuto sembra quasi – per ambientazione e dinamiche – un antesignano di True Detective.
  • Pacific Rim di Guillermo del Toro (2013). Niente, quel giorno d’estate avevo voglia di effetti speciali.
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