L’arte del trailer

Uno dei motivi per cui amo andare al cinema è che lì posso vedere i trailer. È vero, ci sono casi in cui i trailer non vengono proiettati: le luci si spengono e comincia subito il film, senza alcuna mediazione. Ma per fortuna la maggior parte delle volte riesco a godermi i trailer di due o tre pellicole a venire, spesso conclusi da una parola magica: “Prossimamente”.

Io adoro quel momento: quello in cui si spengono le luci, il mondo viene chiuso fuori dalla sala e per pochi minuti ci viene concesso il privilegio di affacciarci sul futuro. Una sorta di camera di decompressione tra il mondo reale e quello della finzione. È quel momento in cui vediamo il frutto del lavoro di autentici artisti, che compattano storie o saghe in due minuti, provando a smuovere le masse. Eppure, è anche quello stesso momento in cui la maggior parte degli spettatori parla col vicino di posto, mangia popcorn, rumoreggia nei modi più disparati: perché la verità è che a molti i trailer non interessano, al punto da considerarli soltanto un semplice spot pubblicitario.

Forse viviamo nell’epoca sbagliata per apprezzare realmente i trailer. Fino a qualche anno fa – venti, quindici, forse anche dieci – il cinema era l’unico luogo in cui era possibile vederli, con la sola eccezione delle vetrine televisive (un discorso a parte lo meriterebbe il canale Coming Soon Television, che per un periodo ho guardato assiduamente, e di cui, ripensandoci oggi, non mi riesco a spiegare l’esistenza). Da quando l’internet veloce è entrato in ogni casa, invece, il primo luogo in cui i trailer vengono diffusi è la rete: le testate specializzate li rilanciano a poche ore di distanza dalla pubblicazione ufficiale, poi finiscono su YouTube, e nel caso di film grossi ne parlano anche i giornali online. La sala cinematografica, nel nuovo percorso dei trailer, è diventato soltanto l’ultimo anello della catena: un anello evitabile, in un certo senso, come se tutta questa sovraesposizione ci abbia fatto dimenticare che l’ambiente per cui i trailer sono stati pensati, in origine, è proprio la sala buia e silenziosa.

Ho un grande rispetto e una profonda stima per chi realizza materialmente i trailer: un esercito oscuro di persone di cui non conosceremo mai i nomi (o quasi: vi invito all’ascolto dei Two Steps From Hell, un duo che si occupa esclusivamente di musica epica per trailer. Sì, campano così). Il lavoro di questi personaggi è tutt’altro che semplice: si muovono in bilico tra due discese molto pericolose, perché forse in nessun altro contesto emerge con tale forza la duplice anima del cinema – quella artistica e quella commerciale. Sarà un’ovvietà, ma un buon trailer deve incuriosire senza svelare troppo, deve sapere emozionare senza scadere nel ridicolo, deve far vedere alcune delle sue scene più spettacolari ma ne deve tenere altre ben nascoste, deve vendere un prodotto ma è anche il risultato di un processo artistico. Non tutti ci riescono: ed è per questo che molte persone non amano i trailer, accusandoli di svelare troppo dei film che pubblicizzano.

Per me, i trailer hanno sempre rappresentato il primo assaggio dei film del futuro. C’è un fascino quasi fanciullesco nel vedere le prime immagini di un film tanto atteso, e provare poi a immaginare come sarà il prodotto finito a partire da quella manciata di secondi che ci è stata concessa. Questa sensazione non è mai cambiata nel tempo, e mi auguro che resti sempre immutata. Ma nel corso degli anni la mia passione per i trailer si è affinata a tal punto che ho cominciato a considerarli anche come entità separate dai film cui si riferiscono. Il che è più o meno quello che fanno ogni anno ai Golden Trailer Awards, una sorta di Oscar dei trailer istituito nel 1999: ci sono varie categorie e diversi premi, ma si parla solo di trailer, indipendentemente dai film (nel 2013 ha vinto Gravity, con un trailer notevole).

Ci sono altri casi, poi, in cui il trailer è tutto quello che ho di un film. Pellicole che non verranno mai distribuite in Italia, per esempio: due buoni titoli sono Kon-Tiki – la vera storia del viaggio attraverso il Pacifico dell’esploratore norvegese Thor Heyerdahl – o The Kings of Summer – commedia coming of age incentrata su tre ragazzini che si costruiscono una casa in una foresta. Film che dai trailer, appunto, sembrano bellissimi, ma di cui si sono perse le tracce e temo non arriveranno mai da questa parte dell’oceano: e allora non mi resta che immaginare.

Può avere senso una classifica dei migliori trailer? Non so: credo che sia una categoria in cui conta molto la soggettività. Per quanto sia possibile individuare, sulla base di criteri condivisi, alcuni trailer che sanno far bene il proprio lavoro, ci sarà sempre una parte “emozionale” che varia da persona a persona: proprio come nei film, a ben vedere. Per questo voglio concludere questo post citando alcuni trailer che, per un motivo o per un altro, mi hanno colpito, senza ordini o classifiche.

Partiamo dal più recente. È da poco stato pubblicato online il trailer del nuovo film di Clint Eastwood, American Sniper: la storia vera di un cecchino dell’esercito americano. Il film uscirà in Italia a gennaio e chissà come sarà, ma quel che è certo è che il trailer è pazzesco: un’unica scena, interrotta da brevi fotogrammi simbolici, che trasmette tutta l’angoscia e la tensione del protagonista. Il film parlerà veramente di questo? Sarà profondo, drammatico e ricco di suspense? Oppure ci stanno prendendo in giro e alla fine si rivelerà una vaccata colossale? Non lo so, ma non è questo il punto. Capite cosa intendo?

Uno dei trailer più originali che io abbia mai visto è quello di Femme Fatale, film di Brian De Palma del 2002. Io questo film non so neanche di che parla: non l’ho mai visto e non mi attira per niente. Allora il trailer ha sbagliato? Forse ha mancato un obiettivo, ma almeno riesce a farsi ricordare. Il motivo? Il trailer fa vedere tutto il film, a velocità altissima: rallenta solo su qualche donna seminuda o sugli sguardi magnetici di Antonio Banderas. E si conclude con una scritta: “Avete appena visto il nuovo film di Brian De Palma. Non ci avete capito molto? Riprovate”. Un giochino fine a se stesso, forse, ma sicuramente interessante; oppure, più semplicemente, un tipico caso di trailer-più-bello-del-film-stesso, categoria che non finisce mai di arricchirsi (in questo video su YouTube hanno provato a raccoglierne 10: non sono d’accordo sulla scelta, ma è comunque divertente).

Ho provato a pensare ad alcuni trailer particolarmente indovinati e in linea con il film che pubblicizzano: mi sono venuti in mente, tra gli altri, The Shining (uno dei trailer più famosi di sempre, credo), The Departed (tutti i temi di questo bellissimo film sono già nel trailer), Be Kind Rewind (film geniale, ma geniale anche il trailer) e Thank You for Smoking (anche qui il trailer riesce a condensare lo stile del film in meno di due minuti). Ma ce ne sarebbero tanti altri, e ognuno di noi potrebbe aggiungere i suoi.

Permettetemi, però, una citazione finale: in una categoria a sé colloco il trailer esteso (ne esiste anche una versione “normale”) di Cloud Atlas, di cui ho già parlato altrove. È il trailer più bello che abbia mai visto? Probabilmente sì. É epico, coinvolgente, spettacolare, emozionante e accompagnato da una colonna sonora magistrale; dice molto della trama senza svelare nulla, riuscendo a incuriosire lo spettatore e spingendolo a volerne sapere di più; genera attese e lascia a bocca aperta. Ma mi rendo conto che è un caso molto particolare: ci sono cortometraggi più brevi di questo trailer. Il film, in seguito, mi deluse molto, forse anche per colpa del trailer. Ma cosa importa? Io ogni tanto il trailer me lo riguardo. E mi emoziona ogni volta come fosse la prima.

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7 pensieri su “L’arte del trailer

    • Ciao! Grazie per le segnalazioni: non solo non conoscevo i trailer, ma a dire il vero non conoscevo neanche questi film! Molto interessanti i primi due, per i miei gusti: mi incuriosisce soprattutto l’esordio alla regia di Russell Crowe…
      Il quarto lo vedo in pole position per qualche Oscar (bel trailer tra l’altro, soprattutto la parte finale a suon di rap).

  1. Pingback: It’s (not) a trap! Riflessioni a freddo sul teaser di Episodio VII | Troppo lontani dalle stelle

    • I Two Steps From Hell sono fenomenali! Ideali per trovare l’ispirazione o darsi la carica 😉
      “Be Kind Rewind” è un piccolo capolavoro, l’ho inseguito a lungo e alla fine non mi ha deluso!

  2. Pingback: Elogio del paratesto: le citazioni all’inizio dei libri | Troppo lontani dalle stelle

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