10 film che tutti amano (tranne me)

Un paio di mesi fa, ispirato da un post che avevo letto su un altro blog, ho scritto un articolo sui 10 film che tutti odiano (tranne me). Nel momento stesso in cui lo pubblicavo, mi rendevo conto che quel post se ne tirava inevitabilmente dietro un altro: e così eccomi qua, a fare i conti con i 10 film che tutti amano (tranne me).

Sorprendentemente, ho fatto meno fatica a trovare questi 10 film rispetto alla precedente decina: forse perché, come leggerete nelle prossime righe, in molti di questi casi il mio andare controcorrente è veramente eclatante. Anche stavolta, comunque, vale la solita premessa: quelli che seguono non sono i film peggiori che io abbia mai visto in vita mia, ma semplicemente pellicole generalmente acclamate da pubblico e critica, che io invece non ho trovato così memorabili. O almeno non memorabili nel senso buono del termine.

Ho cercato di non maltrattarli troppo, cercando di dare sempre una motivazione al mio giudizio, anche se questo è sempre influenzato da ragioni strettamente personali. Spero che nessuno si offenda, e mi piacerebbe sapere se qualcuno la pensa come me (ma anche, e soprattutto, se qualcuno la pensa diversamente). Andiamo.

10) Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro (di Cristopher Nolan, 2005 e 2008). Premessa: non amo i supereroi; gli unici che mi piacciono sono Spider-Man e Paperinik, che a ben vedere, nella vita normale sono due sfigati. Io Batman l’ho conosciuto soltanto nelle sue incarnazioni video: ricordo un cartone animato, ai tempi in cui ero bambino, e poi i film di Tim Burton (mi sono risparmiato quelli di Schumacher). I Batman di Cristopher Nolan non li ho visti al cinema, ma li ho recuperati in tv qualche anno dopo. Non sono dei brutti film, per carità: solo che non li ho trovati così memorabili come tutti sostengono. Sì, anche il secondo: su cui, temo, gravi molto l’ondata emotiva seguita alla morte di Heath Ledger (autore di una prova maiuscola, non lo nego). Insomma, li considero dei buoni film, tecnicamente ben fatti e girati alla perfezione: ma non dei capolavori rivoluzionari.

9) Lost in Translation – L’amore tradotto (di Sofia Coppola, 2003). Ho visto questo film soltanto da pochi mesi, dopo che era stato per anni sulla mia sconfinata lista di film da vedere. Nel corso del tempo è diventato un piccolo cult, oltre a essere considerato il film che ha lanciato definitivamente Sofia Coppola e Scarlett Johansson. Io, invece, l’ho trovato inconcludente e confuso: quasi un collage di scene montate in un crescendo surreale. Vorrebbe raccontare la solitudine dei due protagonisti, ma purtroppo nel mio caso è riuscito soltanto a trasmettere un diffuso senso di noia. In tal senso, non molto dissimile da un altro film della Coppola, Somewhere: che però ritengo, senza timore di smentita, oggettivamente brutto.

8) Titanic (di James Cameron, 1997). Quando il ciclone Titanic si abbatté su tutti noi, io andavo alle elementari. Chiunque abbia la mia età avrà avuto qualche compagna di classe che lo ha visto una mezza dozzina di volte al cinema: motivo alla base, secondo una mia teoria piuttosto robusta, dell’antipatia verso Leonardo DiCaprio che i miei coetanei hanno coltivato per anni (io ho cominciato ad apprezzarlo come attore quasi dieci anni dopo). Io Titanic l’ho visto con diversi anni di ritardo – otto o nove, credo: probabilmente sono stato uno degli ultimi al mondo – e no, non mi è piaciuto. Il mito di questo film ha offuscato la realtà: Titanic è soltanto un melodramma colossale e interminabile, che alla sua uscita era anche molto spettacolare, ma oggi mostra un po’ la corda. Forse, se lo avessi visto all’epoca, il mio giudizio sarebbe stato diverso: ma le cose sono andate diversamente, per cui ritengo immotivata questa sorta di infatuazione collettiva del 1997.

7) Avatar (di James Cameron, 2009). Voglio mettere in chiaro una cosa: non ho niente di personale contro James Cameron. Solo che ha monopolizzato la classifica degli incassi di tutti i tempi con dei film mediocri. Di Avatar potrei dire tante cose, tutte già sentite altrove: che racconta una storia banale, che pesca ad ampie mani da Balla coi lupi e Pocahontas, che ha una sceneggiatura elementare, che mette in scena personaggi senza segreti. Ma io voglio aggiungere una cosa ancora, forse uno dei motivi principali per cui non sopporto questo film e il suo successo: a me Avatar non è piaciuto nemmeno dal punto di vista visivo. Il ricorso massiccio al digitale – e agli effetti 3D, tecnologia che forse non comprenderò mai – ha avuto un unico risultato secondo me: quello di far sembrare tutto finto. A tratti sembra di guardare un cartoon digitale: e basta fare un confronto con kolossal di dieci anni fa per capire da che parte penda la bilancia. Purtroppo, nonostante ciò, è in arrivo una vagonata di seguiti.

6) Forrest Gump (di Robert Zemeckis, 1994). Questo è il momento in cui mi alieno le simpatie di molti: Forrest Gump non sono riuscito ad apprezzarlo fino in fondo. Anche qui, contestualizziamo: non l’ho visto al cinema (ero troppo piccolo), ma neanche nelle numerose repliche televisive degli anni successivi. L’ho recuperato soltanto nel 2008, in dvd, e mi ha lasciato abbastanza interdetto. Non sarò io a dire che è un brutto film, perché non lo è affatto: la tecnica e il mestiere ci sono e si vedono tutte, e l’interpretazione di Tom Hanks è giustamente entrata nel mito. Quello che manca, secondo me, è l’anima: io ci ho visto soltanto un racconto a tappe della storia americana, filtrato dagli occhi di un freak buono e puro. Alla fine del film, è rimasto dentro di me il sospetto di un prodotto costruito a tavolino per far emozionare e commuovere il pubblico. Potrei sbagliarmi, o magari l’ho semplicemente visto nel momento sbagliato: so solo che non è sulla lista dei miei film cult, ecco.

5) Il Cigno Nero (di Darren Aronofsky, 2010). Ho una cotta per Natalie Portman sin dai tempi di Star Wars Episodio I, quindi ho visto buona parte dei suoi film (anche un paio di quelli insulsi). Andando al cinema a vedere Il cigno nero, sapevo che mi stavo approcciando a un regista particolare, di cui però non avevo visto alcun film: mi dissi “E che sarà mai?”, e andai. Arrivato all’incirca alla metà de Il Cigno nero, in un decadente cinema di Roma che oggi ha chiuso i battenti, per la prima e finora unica volta in vita mia sono stato sul punto di alzarmi e andarmene. Non ce la facevo più: era dolore fisico, non avrei potuto sopportare un’altra ora come quella; ma mi sono fatto coraggio, ed è stato così che ho scoperto che la seconda metà del film è addirittura peggiore della prima. Un film allucinato, inconcludente, angosciante e disturbante: anche solo ricordarlo mi crea qualche problema. Magari questo era esattamente lo stato d’animo che voleva comunicare Aronofsky, ma no, grazie, e arrivederci.

4) District 9 (di Neil Blomkamp, 2009). Non so quanto questo film sia conosciuto dal grande pubblico, ma so che tra gli appassionati di fantascienza, al momento della sua uscita, venne molto apprezzato. Io ho seguito per anni le varie fasi del progetto, sin da quando Blomkamp, giovane regista sudafricano, era stato accostato al film che doveva essere tratto dal videogioco Halo (e che, ad oggi, è stato accantonato). Andai a vedere District 9 al cinema, carico di attese corroborate dalle prime, entusiastiche recensioni. Rimasi deluso: anche in questo caso non mi sento di dire che il film è brutto, ma è senza dubbio diverso da come me lo aspettavo. Girato con un budget relativamente piccolo, District 9 è visivamente stupefacente, con effetti digitali poco invasivi e molto realistici (Avatar qui ha solo da imparare). Ma, a parte lo scoperto parallelismo tra il ghetto alieno e l’apartheid, la trama mi ha lasciato l’amaro in bocca, tra situazioni già viste e personaggi con cui non sono riuscito ad entrare in sintonia. Rimane una grandiosa e ben strutturata campagna di marketing, che forse ha finito col sopraffare il film stesso.

3) I Tenenbaum (di Wes Anderson, 2001). Quando ho visto questo film, nel 2006 o giù di lì, ho davvero fatto fatica a capire perché tante persone lo considerassero un cult. Quello di Anderson è uno stile molto particolare – il suo tocco è inconfondibile – e a mia parziale discolpa devo dire che in seguito ci ho riprovato (con il gradevole Moonrise Kingdom). Ma I Tenenbaum, idolatrato da critica e pubblico (beh, una parte di pubblico), io ancora oggi non l’ho capito: una serie di personaggi strambi in un universo dai colori sgargianti, ognuno con la propria nevrosi e le proprie ossessioni. Io ho faticato a trovarci un senso, eppure ho letto che il film è uno specchio dell’America contemporanea e che il film è pieno di intuizioni geniali (a cominciare dal fatto che i personaggi non si cambiano mai d’abito). Un po’ mi dispiace essermi perso tutto questo: mi sento tagliato fuori da un mondo che comprendo essere affascinante, ma che inevitabilmente sento troppo lontano da me.

2) Il labirinto del fauno (di Guillermo del Toro, 2006). Del Toro è un regista che, sulla carta, mi ha sempre affascinato: sento che per temi e sensibilità è molto vicino al mio gusto, e per di più è riuscito nell’impresa di cimentarsi in opere ultra-pop riscuotendo un discreto successo anche presso la critica. Il tutto, dicevo, sulla carta: perché io di Del Toro ho visto soltanto due film, e uno di essi è Pacific Rim (ehm…). La pellicola con cui l’ho conosciuto è stata proprio Il labirinto del fauno, favola dark dai risvolti fantasy ambientata nella spagna del 1944: un film che aveva tutti, ma proprio tutti gli elementi per piacermi, e che invece ho trovato disturbante. Colpa di una crudezza che francamente non mi aspettavo, di un’atmosfera opprimente e di effetti speciali ottimi ma a tratti ributtanti (la scena del rospo sembra partorita da una mente malata. Ok, togliamo il “sembra”). Probabile che l’intento di Del Toro fosse proprio questo mix di sensazioni sgradevoli per dipingere la violenza di un sanguinario capitano franchista e raccontare la storia di una ragazzina che, per sfuggire a un mondo orribile, trova rifugio in un mondo fantastico. Ma, in ogni caso, il finale della pellicola rimane per me un mistero.

1) Kill Bill Vol.1 e Kill Bill Vol.2 (di Quentin Tarantino, 2003 e 2004). Ho un rapporto strano con Tarantino, regista che ha alternato grandissimi film (Le Iene) a pellicole belle ma sopravvalutate (Pulp Fiction), fino ad arrivare a capolavori sommi (Bastardi senza gloria e Django Unchained). Ma la cosa più interessante della sua carriera è che, a un certo punto, ha dovuto fare i due Kill Bill: un progetto covato a lungo, forse troppo, ma capace alla fine di conquistare più o meno tutti. Tranne me. Ritengo i due Kill Bill – liberissimi tutti voi di linciarmi – due film mediocri, con una trama esile che è solo un pretesto per affastellare citazioni cinefile più o meno scoperte, imbevute in ettolitri di sangue. Quello che, all’epoca, mi dette più fastidio, era che chiunque si sbrodolasse in lodi per il genio cinefilo di Tarantino, quando quello che il (furbo) regista aveva fatto era poco più di un collage di situazioni già viste: e così quello che altrove sarebbe stato plagio, qui era stile. Non fraintendetemi: anche io ho apprezzato le citazioni cinematografiche delle sue opere successive. I due Kill Bill, invece, mi sembrano totalmente imperniati su questo aspetto: il che li trasforma in due colossali esercizi di stile, talmente efficaci nel sembrare qualcos’altro che, alla fine, risultano privi di una propria identità.

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