Le meraviglie del possibile

Quando andavo alle elementari o alle medie, e la maestra o la professoressa interrogavano i miei compagni di classe, io mi annoiavo terribilmente. Per fortuna, quasi sempre, avevo nello zaino il libro di letteratura, e così ingannavo il tempo leggendo.

Non so se avete presente questi libri, che un tempo si chiamavano sussidiari: sono pieni di letture, brani ed estratti da romanzi o racconti, introdotti da brevi introduzioni e seguiti da esercizi di comprensione del testo. Quello delle medie, in particolare, era bellissimo: ogni anno prevedeva un approfondimento su diversi generi letterari – il fantastico, l’horror, lo storico – con tante letture interessanti che mi tenevano compagnia. Inutile dirlo, queste parti del libro di testo non facevano mai parte del programma: probabilmente molti degli studenti per le cui mani questi libri sono passati ne ignorano perfino l’esistenza.

Sul sussidiario della quarta o quinta elementare, comunque, lessi un racconto che mi piacque a tal punto che i miei genitori mi regalarono l’antologia da cui era tratto. Il racconto in questione si intitola Il veldt, è stato pubblicato da Ray Bradbury nel 1950 ed è a dir poco inquietante: ma nel mio sussidiario era edulcorato e tagliato quel tanto che bastava per affascinarmi e spingermi a volere più racconti di quel tipo. Avevo scoperto la fantascienza.

L’antologia che mi regalarono i miei genitori era Le meraviglie del possibile: un titolo bellissimo che dice già tutto. La curarono Sergio Solmi e Carlo Fruttero, e venne pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1959: un’epoca in cui, come sottolineato nell’introduzione, non era poi così scontato che una grande casa editrice decidesse di dedicare attenzione, spazio e soldi a un genere come la fantascienza. Eppure il successo fu tale che, a questa, seguirono altre tre antologie da lì agli anni Novanta.

Il me stesso di otto o nove anni, per quanto infatuato dalla nuova scoperta e sebbene fosse già un lettore vorace, trovò però troppo difficile Le meraviglie del possibile: un libro che cominciava con un’introduzione lunghissima in cui si tracciavano parallelismi tra la fantascienza e il romanzo cavalleresco, e che proseguiva con un racconto scritto da H.G. Wells alla fine dell’Ottocento. Risultato: il libro venne accantonato in un angolo della libreria dopo poche pagine. E lì è rimasto fino a questa estate, quando finalmente mi sono deciso a leggerlo e a riconciliarmi col mio passato (per abitudine, non abbandono mai un libro una volta che l’ho iniziato).

È stato un bell’amarcord, e al tempo stesso un’occasione per scoprire piccoli capolavori. Nelle intenzioni dei curatori, l’antologia doveva contenere quello che all’epoca era il meglio della produzione internazionale di fantascienza: gli autori classici – e anche quelli che classici sarebbero divenuti in seguito, come Matheson e Dick – ci sono tutti. La qualità dei racconti – come sempre accade nelle antologie – è altalenante, ma il bilancio è nettamente positivo. Le meraviglie del possibile contiene storie bellissime: Pioggia senza fine, Il veldt e Ora zero (tutti di Ray Bradbury), Nove volte sette di Isaac Asimov, La settima vittima di Robert Sheckley, Acciaio e L’esame di Richard Matheson, Impostore di Philip K. Dick, e naturalmente il capolavoro (lungo meno di una pagina!) Sentinella di Fredric Brown.

Se avete sempre voluto avvicinarvi alla fantascienza, ma non avete mai osato farlo perché non sapevate da dove cominciare (e vi capisco), Le meraviglie del possibile potrebbe essere un buon punto di partenza per dare uno sguardo d’insieme ai suoi autori più classici. Ma è un antologia che consiglio anche agli appassionati, qualora non l’avessero mai letta, perché potranno trovarvi chicche e racconti sorprendenti.

Io, da parte mia, vi ho trovato anche un paio di spunti di riflessione. In primo luogo, ho avuto la conferma che la fantascienza è uno dei modi migliori per riflettere sul presente. Utilizzando come espediente la descrizione di un ipotetico futuro, le storie di questo tipo ci parlano, in realtà, del mondo attuale e dei suoi problemi: e, come idea di fondo, la ritengo potentissima e molto efficace. Per forza di cose, quindi, la fantascienza è continuamente chiamata ad aggiornarsi: alcuni dei racconti contenuti nell’antologia, letti nel 2014, fanno quasi tenerezza. A tal proposito, sarebbe interessante fermarsi un attimo a riflettere su quali potrebbero essere, oggi, i temi con cui dovrebbe confrontarsi uno scrittore di fantascienza.

Mentre leggevo il libro, poi, Daniele Imperi sul suo blog Penna Blu ha messo altra carne al fuoco, scrivendo alcuni post molto interessanti sull’argomento. Vi consiglio, in particolare, 4 elementi indispensabili per scrivere fantascienza: offre un altro punto di vista sulla tematica, dando tanti spunti di riflessione a chi volesse approfondire (e cita, tra l’altro, lo studio sul linguaggio fatto da David Mitchell in Cloud Atlas, uno degli aspetti più riusciti del libro, di cui ho parlato qui).

Infine, la lettura di questo libro mi ha fatto tornare la voglia di scrivere fantascienza. Ci ho già provato, in passato, imbarcandomi in un progetto molto ambizioso (e un progetto molto ambizioso, per un esordiente, diventa inesorabilmente troppo ambizioso). Adesso, sebbene impegnato nella scrittura di altro, sento il bisogno di tornare in quei territori: vorrei provare a dar vita ad alcuni temi e ambientazioni che hanno preso a frullarmi nella testa, anche solo per lo spazio di un racconto. Anche se tutto è già stato scritto, voglio essere così presuntuoso da illudermi di avere ancora qualcosa di nuovo da dire. Quante meraviglie si nascondono ancora dietro al possibile?

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