Vi racconto il commissario Ricciardi

Giro molto per librerie e inevitabilmente finisco col passare una buona fetta del mio tempo nel reparto gialli/thriller. Difficilmente esco da lì con un libro in mano – i miei acquisti sono sempre ponderati, e spesso covati per anni interi – ma almeno sono sempre molto aggiornato sulle nuove uscite.

È stato in una di queste visite a non so più quale libreria che ho notato per la prima volta i libri del commissario Ricciardi. Quello che mi colpì, oltra alla grafica delle copertine, fu il fatto che ogni volume aveva un sottotitolo legato a una stagione: “L’inverno del commissario Ricciardi”, “La primavera” e così via. In ogni caso, se non fosse stato per la potente attività di lobbying della mia famiglia, non avrei mai letto questi libri, perdendomi così una delle serie più avvincenti degli ultimi anni.

Premessa: amo i gialli, ma non mi fanno impazzire le serie incentrate su un singolo personaggio (ispettore, commissario o detective che sia). So che potrebbe sembrare un controsenso – il genere giallo è nato e prosperato con le avventure episodiche dei suoi protagonisti – ma la verità è che dopo un po’ una serie di storie che tende all’infinito mi stufa; e, prima ancora, mi stufa la sola idea di dovermi legare per chissà quanto tempo ad essa. Allo stesso modo, non guardo serie tv: anche se in questo caso subentrano la mancanza di tempo e di supporti su cui farlo. In generale, uscendo per un attimo dal contesto, apprezzo molto gli autori che sanno spaziare da un genere all’altro, o che comunque riescono a differenziare le proprie opere. Uno che scriva prima un giallo, poi un romanzo d’avventura, per passare poi alla fantascienza è più vicino all’essere un genio che un pazzo (ok, devo smetterla di parlare di me in terza persona).

Poi è successo che il commissario Ricciardi è arrivato nella mia famiglia. C’è stato un momento in cui, più o meno un anno fa, questi libri giravano vorticosamente per casa, e non c’era telefonata o incontro con zia, nonna o genitore che non terminasse con un: “Ma l’hai letto il nuovo libro di Ricciardi? A che stagione sei arrivato?”. Ero circondato: preso atto della cosa, mi sono fatto indicare il primo volume e ho cominciato.

La serie del commissario Ricciardi – che al momento conta sei volumi, ma il settimo è in arrivo ai primi di luglio – è nata dalla penna di Maurizio De Giovanni, e racconta storie gialle ambientate nella Napoli degli anni Trenta. Ogni vicenda ruota attorno a un delitto che il protagonista – il commissario Ricciardi, appunto – si sforza di risolvere combattendo l’ostilità dei potenti e gli intrighi che circondano ogni misfatto. Ma c’è di più. Il commissario Ricciradi ha un dono, o forse una maledizione: vede la gente morta. Più precisamente: vede i morti nei loro ultimi istanti di vita, che ripetono in loop il loro ultimissimo pensiero.

Il commissario Ricciardi discende da una famiglia di ricchi possidenti campani, e avrebbe potuto passare la sua vita ad amministrare i beni di famiglia. E invece è entrato in polizia, cercando di sfruttare il suo dono (“Il Fatto”, come lo chiama lui) per rendere giustizia alle anime della povera gente ammazzata. Questa è solo la punta dell’iceberg di un personaggio inquieto e tormentato, tragico nel vero senso della parola: un personaggio la cui intera vita – a partire dagli affetti – è condizionata da un grande potere. E da grandi poteri, come si sa, derivano grandi responsabilità.

Già nel primo libro vengono introdotti alcuni dei personaggi principali della serie: da Maione, il fedele brigadiere che accompagna Ricciardi in tutte le sue indagini, al dottor Modo, il medico legale che è quanto di più simile a un amico ci sia per il commissario, passando per Bambinella, “il femminiello che sa tutte le voci della città”; fino ad arrivare a Rosa, la vecchia tata con cui vive Ricciardi, e a Enrica, l’amore impossibile al di là della finestra. Leggendo i vari volumi le loro storie e i loro destini si incrociano, facendo di questa serie una vera e propria saga: non solo criminale, ma anche e soprattutto dei sentimenti e dei legami.

Ogni storia è un piccolo capolavoro di maestria. De Giovanni ha un’arma potentissima e la usa alla perfezione: un commissario che sente l’ultimo pensiero di un morto ammazzato – ovvero il primo indizio dell’indagine – è un personaggio a mio parere fantastico, e l’autore è bravo a variare di volta in volta lo schema narrativo per creare sempre qualcosa di unico. Alla fine la soluzione è (quasi) sempre inaspettata, ma logica e coerente con lo svolgimento della vicenda: De Giovanni non bara mai, come giallista, e in un libro, in particolare, riserva un contro-colpo di scena finale da grande maestro.

Oltre alle vicende gialle e alle storie dei vari personaggi – che comunque costituiscono il cuore pulsante di questi libri, e in fin dei conti il vero motivo del loro successo – la serie del commissario Ricciardi deve parte del suo fascino, a mio parere, anche alla sua particolare ambientazione. Napoli si presta molto a fare da sfondo a questo tipo di storie, e in molti casi assurge quasi al ruolo di coprotagonista. Ero un po’ preoccupato quando mi sono approcciato al primo libro: conosco e frequento Napoli, ma avevo paura di non conoscerla abbastanza da apprezzare i libri. E invece De Giovanni è bravo anche in questo: tratteggia con maestria vicoli, quartieri e luoghi storici, ma rende il tutto comprensibile anche a chi non ha mai varcato il Garigliano. E restituisce un’immagine della città varia e sfaccettata: percossa da un’eterna pioggia durante i pomeriggi d’autunno, passionale e torrida nelle feste popolari d’estate.

Al fascino del luogo si aggiunge la fantastica contestualizzazione storica operata da De Giovanni. Non so da dove nasca l’idea di ambientare la serie nei primi anni Trenta, ma so che si è rivelata un’intuizione felicissima. Più ci si addentra nella lettura della serie, e più il contesto storico, politico e sociale ha il suo peso nella vicenda: il regime fascista nei primi libri fa soltanto da sfondo, ma pian piano le sue implicazioni acquisiscono un ruolo sempre maggiore nelle vicende – soprattutto a partire dal terzo volume della serie, che introduce alcuni personaggi chiave in tal senso.

Ho conosciuto il commissario Ricciardi pochi mesi fa e finora ho letto i primi quattro volumi della serie, ma so già che non mi fermerò. Appassionante, evocativa, intelligente, questa serie racchiude il meglio del suo genere di riferimento, e allo stesso tempo echeggia di elementi romantici, storici e persino horror (De Giovanni ha un gusto per lo splatter che non passa inosservato).

Fatevi un regalo, adesso che arriva l’estate e magari avete più tempo per leggere: procuratevi il primo libro della serie – Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi – e tuffatevi senza riserve in questo mondo. Ma sappiate che, per quanto il primo volume possa piacervi, comincerete ad apprezzare il tutto soltanto quando proseguirete nel resto della serie.

“Ma tu non eri quello che le serie…?” Proprio così. E per questo, a maggior ragione, fidatevi di me.

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7 pensieri su “Vi racconto il commissario Ricciardi

      • Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire é già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! : )

  1. Te li consiglio assolutamente! Nel frattempo ho letto anche i successivi tre libri della serie, e devo ammettere che la saga si è mantenuta su livelli altissimi. L’autore è veramente bravo e libro dopo libro riesce a intrecciare sempre di più le vicende dei personaggi.
    Fammi sapere se recuperi la serie e cosa ne pensi 😉

  2. Bella recensione. Confermo tutto quanto scritto da te e soprattutto il fatto che leggere la serie del commissario Ricciardi è fare un incontro. Ogni libro ti avvicina sempre più a questo personaggio ombroso e inquieto ma che nasconde la fragilità e la purezza di un bambino.

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