Cloud Atlas o della delusione

Lo sappiamo tutti che vedere un film tratto da un romanzo che abbiamo letto è un’operazione pericolosa, inevitabilmente destinata alla delusione. Ma vi è mai capitato di vedere prima un film e poi leggere il libro da cui è tratto? Ho appena finito di leggere Cloud Atlas – L’atlante delle nuvole di David Mitchell, circa un anno e mezzo dopo aver visto il film omonimo al cinema. Quella che segue è la cronaca di una delusione, anzi due.

Cloud Atlas è stato uno dei film che ho atteso di più nel 2013. Meglio: è stato uno dei film che ho atteso di più negli ultimi anni. Ne ho seguito lo sviluppo passo dopo passo, partendo almeno un anno prima della sua uscita italiana, nonostante la produzione fosse blindata e i dettagli fossero dosati con il contagocce. Tutto quello che si sapeva era il cast – che comprendeva nomi come Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Jim Sturgess, Hugh Grant, Hugo Weaving, diretti dai fratelli Wachowski e da Tom Tykwer – e la storia: un intreccio assurdo che metteva insieme sei diverse epoche, dal passato al futuro remoto.

Sembrava tutto molto interessante, e lo era senza dubbio. Poi è arrivato il trailer. Ad oggi, ritengo quello di Cloud Atlas il trailer più bello che abbia mai visto. Dura 5 minuti buoni, ti lascia intravedere una storia pazzesca, è pieno di momenti epici; inoltre, contiene un estratto del bellissimo tema musicale del film, oltre a Outro degli M83, un pezzo che ho scoperto allora e che ho cominciato ad adorare ogni oltre limite. È un trailer con una carica emotiva senza precedenti: l’ho rivisto ancora oggi, a distanza di tempo, e mi sono emozionato come la prima volta.

Insomma, attendevo il film come un vero e proprio evento cinematografico, tanto più prezioso quanto più mi accorgevo che in realtà del film non se ne parlava. Io, imperterrito, continuavo a rivedere il trailer e aspettavo con ansia l’uscita della pellicola. (È bellissimo attendere per mesi – anni – un film. Credo che sia una delle tante magie del cinema. Caricarsi di aspettative è un rischio, ma ci sono poche cose che ti fanno sentire così vivo. E un po’ rimpiango di non essere più in grado di aspettare i film come quando ero un ragazzino)

Vidi il film nel gennaio del 2013 in un cinema di Roma, in una sala decisamente poco affollata. Ricordo dei ragazzi che, dopo la visione, si accollavano l’un l’altro la responsabilità di aver scelto quel film così lungo, sfilacciato, palloso e inconcludente. A me, invece, tutto sommato il film piacque: le tre ore passarono agilmente e la storia mi appassionò. E poi era visivamente incantevole: le sezioni ambientate nel futuro erano realizzate con delle belle intuizioni, mentre quelle nel passato erano ricche di particolari azzeccati. L’idea di fare un film del genere era talmente folle – e richiedeva uno sforzo produttivo così notevole, peraltro assolto da una produzione europea semi-indipendente – che mi sentii di premiare i registi. Nonostante tutto.

Già, perché c’è qualcosa in Cloud Atlas che non mi ha convinto né allora né in seguito. Ed è la sensazione – un po’ amara – che l’intero film sia soltanto un gigantesco esercizio di stile, e che la caratteristica che più salta all’occhio – il fatto che ogni attore sia chiamato a interpretare più ruoli in epoche e luoghi diversi – sia un po’ fine a se stessa. Cloud Atlas per me non potrà mai essere un capolavoro né un film di culto, ma “soltanto” un bel film: il che non era esattamente quello che mi aspettavo, ma vabbè.

La prima cosa che ho pensato, a questo punto, era che qualcosa si fosse perso nella traduzione dal libro al film. Mi sono ripromesso, allora, di leggere il libro con uno scopo ben preciso: capire che cosa era andato storto nell’adattamento cinematografico. Finalmente, mesi dopo, ho avuto occasione di leggere questo libro, recentemente ristampato in versione tascabile (Edizioni Pickwick). Beh, mi sono detto, basteranno 597 pagine per rispondere alle mie domande, no?

No. Incredibilmente, il libro mi è sembrato addirittura più fumoso ed evanescente del film sui punti che mi erano sfuggiti; al punto che, alla fine della fiera, ho apprezzato più l’adattamento cinematografico che non l’originale letterario. “Forse quando il testo scivola nell’ambiguità, il film tende ad essere specifico” scrive l’autore, David Mitchell, nella prefazione a questa edizione: ed era proprio quello che mai mi sarei aspettato dopo aver visto il film.

Nel libro, le sei storie che compongono questo colossale affresco narrativo vengono presentate con una struttura anello: la prima metà del libro contiene la prima metà delle singole storie, mentre la seconda metà conclude le vicende in ordine inverso, in modo che la prima che leggiamo sia anche l’ultima. Nel film, saggiamente, questa struttura era stata messa da parte a favore di un montaggio alternato, che fa passare in continuazione lo spettatore da un’epoca all’altra (non è un film facile da vedere, poco ma sicuro). Beh, a conti fatti mi ha convinto di più la scelta dei registi: in qualche modo le sei storie sono connesse tra loro – devono esserlo – ma nel libro essere sembrano procedere su binari paralleli, senza mai incontrarsi; mentre nel film, complici anche il montaggio e la scelta di riproporre gli stessi attori in più ruoli, passa l’idea che qualche tipo di connessione ci sia. Anche se non viene fatta chiarezza.

A questo punto mi sento in dovere di chiarirlo: Cloud Atlas – L’atlante delle nuvole non è un brutto libro. Presi singolarmente, i sei segmenti sono più che convincenti, ciascuno di essi è scritto con uno stile ben preciso e la lettura procede in maniera agevole. L’autore, inoltre, ha delle bellissime intuizioni, soprattutto riguardo alle storie del futuro: dall’evoluzione (o involuzione?) del linguaggio agli squarci di società consumistico-dittatoriale abbozzati nel segmento coreano, per non parlare del fatto che ogni storia viene “tramandata” ai posteri attraverso un supporto diverso (interessante l’analisi che ne fece ai tempi “Studio”). Quello che non è chiaro, in definitiva, è perché dovremmo leggere queste sei vicende all’interno di un unico volume: il filo conduttore – che sono sicuro esiste – non è così evidente come Mitchell vorrebbe farci credere. Ed è un peccato, perché quella che voleva essere un’opera monumentale e visionaria finisce col sembrare soltanto un esercizio di stile.

In questo blog ho più volte parlato di aspettative, e di come queste possano influenzare il giudizio su un’opera. Ecco, credo che Cloud Atlas, nella sua doppia manifestazione di film e libro, sia un esempio perfetto di quello che succede quando le aspettative vengono deluse. Non si tratta di opere brutte: è solo che mi aspettavo qualcos’altro. Io consiglio a tutti di vedere il film – che ho finito col rivalutare dopo aver letto il libro – anche soltanto per lasciarsi coinvolgere dallo spirito epico che lo pervade.

Un’ultima cosa: non rimpiango minimamente l’attesa per Cloud Atlas. Fatelo anche voi, attendete con ansia opere più grandi di voi, nel bene e nel male: forse è l’unico modo per sentirle veramente vostre.

Annunci

2 pensieri su “Cloud Atlas o della delusione

  1. Pingback: Le meraviglie del possibile | Troppo lontani dalle stelle

  2. Pingback: L’arte del trailer | Troppo lontani dalle stelle

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...