Elogio delle mappe geografiche

Qualche settimana fa ho cominciato a scrivere un nuovo romanzo. Si svolge al giorno d’oggi, in un luogo immaginario ma verosimile, da qualche parte in Italia. Mentre mi lambiccavo il cervello con la trama e i personaggi, mi sono accorto che non sarei andato molto lontano: c’era qualcosa che mancava, qualcosa che, con la sua assenza, mi impediva di immaginare anche la più semplice delle situazioni. Quello che mi mancava era una mappa geografica.

Io adoro le mappe geografiche. Potrei definirmi un feticista delle mappe geografiche, ed è una cosa che mi porto dietro da molto tempo. Sono un po’ come il buon vecchio Marlow, il narratore di Cuore di tenebra di Conrad, che affermava:

Quando ero bambino avevo una passione per le carte geografiche. Stavo ore a guardare il Sud America, l’Africa o l’Australia, e mi perdevo nelle glorie dell’esplorazione.

Ecco, io quella passione ce l’avevo da bambino e ce l’ho tutt’ora: è una malattia che non mi è mai passata. E meno male.

Ho ragione di credere che sia nato tutto da un vecchio planisfero che avevamo a casa quando ero piccolo. Quella mappa geografica mi raccontava che il mondo era un posto sconfinato, pieno di Stati colorati e traboccante di città, nomi, fiumi, mari, isole. Non so dire che cosa mi abbia affascinato di quella mappa: forse la diversità, forse la scoperta stessa che c’erano tanti posti dove andare nel mondo, forse la presa di coscienza che vivevo in una porzione tanto piccola di esso. Sta di fatto che quel planisfero mi conquistò; e, quando ebbi una camera tutta mia, chiesi e ottenni di trasferirlo da me. Beh, è ancora lì: e poco importa che sia datato 1992 e registri stati mitologici come la Cecoslovacchia o la Jugoslavia (o – per i più maniaci – che l’Eritrea e Timor Est non esistano ancora), perché il fascino di quella mappa è rimasto immutato.

Crescendo, le cose non sono cambiate. Ero ancora un bambino quando, viaggiando con i miei, mio padre mi faceva tenere lo stradario: e io lo guidavo – o mi illudevo di farlo – sulla strada migliore da prendere. Poi è arrivata la geografia da studiare a scuola, materia troppo spesso trascurata da studenti e insegnanti: alle elementari ci facevano disegnare con la carta copiativa le Regioni italiane, e io passavo le ore a colorarle e a riempirle di dettagli. Con un paio di compagni di classe, inoltre, facevamo a gara a chi conosceva più capitali del mondo (il mio vanto era – ed è tutt’ora, anche se all’epoca ero un fenomeno – la capitale del Brunei: Bandar Seri Begawan).

Addirittura – e qui entriamo nella sfera del paranormale – a furia di osservare mappe e memorizzarne dettagli devo aver assorbito qualche superpotere: un po’ come Peter Parker con il morso del ragno. Ho sempre avuto, infatti, un ottimo senso dell’orientamento, ma la cosa assurda è che la gente sembra percepire la cosa: io attiro persone che vogliono indicazioni stradali come il miele attira le api. Ovunque io vada c’è sempre qualcuno che mi chiede come fare per andare dove sta andando: e non importa che io mi trovi all’estero e sia palesemente uno che non è di lì, loro la domanda me la fanno comunque. Come quel tipo che mi chiese le indicazioni dopo tre giorni che ero in Irlanda (e peraltro gliele ho sapute dare: fate un po’ voi).

Poi, a un certo punto, le mappe me le sono ritrovate dentro ai romanzi. Di tutti gli elementi che compongono il paratesto di un’opera letteraria, forse le mappe sono quello che preferisco: quando apro un libro e sfogliando le prime pagine mi imbatto in una mappa geografica, la mia fantasia si mette già in moto, e comincio a immaginare quante mirabolanti avventure possano sprizzare da quei luoghi. Tanto più se, come spesso accade, quei luoghi sono di fantasia e non esistono nella realtà, se non sulle pagine di quel libro.

Forse, in fin dei conti, è proprio questo l’aspetto più affascinante delle mappe geografiche: il loro potere evocativo. In un certo senso, se ci pensate, prima che lo mappassero e lo disegnassero il mondo semplicemente non c’era, non esisteva. Non era reale. E la cosa bella è che questo potere non è limitato alla sola realtà, ma si estende anche – e soprattutto – al regno della fantasia e dell’immaginario. Anni fa comprai un libro pazzesco, I viaggi di Frodo, in cui l’autrice, Barbara Strachey, ricostruiva con qualche decina di mappe tutti gli spostamenti dei protagonisti de Il signore degli anelli: una cosa maniacale, certo, ma forse la migliore testimonianza della capacità, unica delle mappe, di rendere reali anche i luoghi che non esistono.

Una capacità che, in alcuni casi, è stata addirittura fondamentale. Robert Louis Stevenson scrisse L’isola del tesoro ispirandosi a una mappa disegnata dal suo figlio adottivo; e una volta ho letto da qualche parte che Tolkien sostenesse che dietro ogni grande storia c’è sempre una grande mappa (non ho trovato conferma a questa citazione, ma la frase ha un certo non so che). Insomma, ho il sospetto che una mappa un certo aiuto lo dia, quando si tratta di scrivere romanzi.

Torniamo al mio trascurabile, nuovo libro (ed evitiamo paragoni inopportuni, che la struttura di questo post parrebbe suggerire). Stavo provando ad abbozzarne la trama, quando mi sono reso conto che proprio non riuscivo a visualizzare alcune cose: come si spostano i personaggi? Dove vanno? E perché? Sarà assurdo – o sarà un limite mio – ma io una risposta non me la riuscivo a dare senza una mappa. Così ho disegnato una cartina di un luogo del tutto immaginario, con tanto di nomi e disegnini: e la storia ha preso vita da sé. Quella mappa ha reso reale quel luogo, neanche fosse una terra inesplorata portata alla vita da un cartografo destinato – come tutti i cartografi, dopotutto – all’oblio.

Tutto qui. Non so se quella mappa mi aiuterà ad arrivare fino in fondo a questa nuova avventura, però io, per sicurezza, quando scrivo tengo vicino a me quel pezzo di carta già consumato e sbiadito dall’uso. Mi serve per orientarmi e trovare la strada giusta. Forse non darò alcun contributo alla storia della letteratura, ma potrò sentirmi anch’io un miserabile, piccolo cartografo d’altri tempi.

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4 pensieri su “Elogio delle mappe geografiche

  1. Tutt’oggi, di ciò che viene comunemente appeso sui muri, le stampe di mappe antiche e visionarie sono l’unica cosa che continua ad attrarre la mia più devota attenzione. Evidentemente questo virus andava forte nei primi anni novanta. Spero solo di poterlo trasmettere ai miei figli un giorno e che, quando quel giorno verrà, Google non abbia già “curato” questa passione definitivamente.

  2. Pingback: Atlante delle isole remote | Troppo lontani dalle stelle

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