La storia la scrivono i vincitori

Sabato sera ho visto un film carino al cinema: si intitola La brigata recupero e offre un punto di vista interessante e inedito sulla seconda guerra mondiale.

Il film è una classica pellicola sovietica, come ne abbiamo viste tante in questi anni. La trama si basa su fatti realmente accaduti e racconta di quando, durante il secondo conflitto mondiale, il governo russo decise di istituire un plotone speciale da inviare in Europa con un unico obiettivo: contrastare il saccheggio di opere d’arte perpetrato in lungo e in largo dai nazisti, cercando nello stesso tempo di appropriarsene. Non a caso il film comincia con un discorso del protagonista che spiega le ragioni di un’operazione del genere: l’Unione Sovietica ha perso 20 milioni di vite durante la guerra, e ora è giusto che venga in qualche modo ripagata, almeno spiritualmente, con il valore senza tempo della cultura.

Il compito non è così facile come sembra. L’Europa è un campo di battaglia, e i nazisti, di fronte all’inevitabile sconfitta, non esitano a distruggere quadri e sculture pur di non vederle cadere in mano al nemico. Come se non bastasse, poi, a mettere i bastoni tra le ruote ci si mettono anche gli americani. Dopo il loro arrivo in pompa magna in Europa, viene istituita una task force alternativa a quella dei nostri: un manipolo di professori, architetti e studiosi, attempati e impolverati, che dopo un addestramento lampo si buttano a capofitto nel teatro di guerra, con lo scopo di restituire le opere ai legittimi proprietari.

Il film segue così le vicende dell’intrepida Brigata Recupero, che avanza attraverso l’Europa Orientale fino ad arrivare in Germania e al climax della pellicola: il salvataggio di migliaia di opere nascoste dai nazisti, proprio poco prima dell’arrivo degli odiosissimi Monuments Men americani, che trovano al loro posto soltanto una bandiera rossa. I titoli di coda, con le immagini dei protagonisti sulle note di un tema musicale che riecheggia l’Internazionale, sono una chicca per intenditori.

In definitiva, un film che, come molti altri prima di lui, ci restituisce il punto di vista sovietico sulla seconda guerra mondiale, arricchendolo di un tassello mai trattato prima. È vero, un po’ di retorica filostaliniana in meno avrebbe giovato, però la pellicola è comunque gradevole e scorre fino alla fine senza problemi.

[Questo post nasce in segno di solidarietà verso tutti quei cattivissimi sovietici dalla mascella squadrata e lo sguardo freddo che il cinema americano ci ha tramandato. Anche in un film come Monuments men: dove non bastavano plotoni di nazisti, no, c’era bisogno di tirar dentro anche loro.

Monuments men, comunque, è un film carino, di certo non un capolavoro, ma comunque sa farsi guardare. Ha una struttura episodica – non c’è una vera trama, si seguono le vicende dei personaggi nel corso di un paio di anni – e questo inevitabilmente si ripercuote sul ritmo. Grande cast, come è ovvio che sia con i nomi coinvolti. Il pregio principale del film, dal mio punto di vista, è quello di avermi raccontato – romanzandola – una storia che non conoscevo (anche se ho scoperto che una trama affine è alla base anche del film Il treno (1964) di John Frankenheimer).

Probabilmente un europeo avrebbe reso una storia del genere con una sensibilità diversa, limando la retorica e l’enfasi patriottica; ma gli americani, al netto dell’egemonia culturale, sono campioni nel mitizzare la propria storia passata.]

Scritto da Luigi Calisi

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