Quello che cerchiamo nei libri

Ho letto “Marina” di Carlos Ruiz Zafón e ne sono rimasto folgorato. Era parecchio tempo che non incontravo un libro che mi lasciasse così, con quella piacevole sensazione di vuoto malinconico e la consapevolezza che lo ricorderai anche ad anni di distanza. È il romanzo che mi è piaciuto di più negli ultimi tempi, e tutto questo è ancora più bello se penso che “Marina” non è altro che un libro per ragazzi.

Adesso che ho letto quasi tutti i suoi libri pubblicati in Italia – me ne manca uno – posso dirlo con tranquillità: Zafón è uno dei miei scrittori preferiti. Probabilmente è quello che negli ultimi anni ho letto con più piacere e gusto. Normale quindi che sia diventato il mio punto di riferimento quando balzo dall’altra parte della barricata: perché quando si scrive bisogna avere dei maestri da studiare nei dettagli e da cui, all’occorrenza, rubare senza ritegno. Zafón è uno dei miei scrittori preferiti nonostante i difetti che caratterizzano i suoi libri: le trame e le situazioni fin troppo simili (“Il principe della nebbia” e “Le luci di settembre” sono gemelli, solo che il secondo è uscito molto meglio); i risvolti soprannaturali calati dall’alto in modo ambiguo (vedi alla voce: “Il gioco dell’angelo”); un’ossessione al limite del padano per la nebbia. Non tutti i suoi libri sono riusciti, come è ovvio che sia, eppure c’è un elemento che li accomuna tutti: sono scritti da Dio. Forse qualcuno troverà lo stile di Zafón un po’ paraculo, con tutti quegli aggettivi e quelle metafore evocative, ma lui è uno che ha talento e questo mi sembra innegabile (però una cosa la devo dire a Zafón, se mai lo incontrerò: basta usare le stesse identiche frasi in libri diversi! Avrò letto almeno tre volte del cielo così rosso che “sembrava che qualcuno ci avesse versato del sangue”).

Forse il motivo per cui mi piace tanto Zafón è che gli invidio la carriera. Non sto parlando del numero di copie vendute, delle traduzioni in ogni lingua del mondo conosciuto e della fama planetaria che lo circonda: sto parlando proprio del suo percorso. La sua carriera è cominciata nella letteratura per ragazzi, quella che oggi gli addetti ai lavori chiamano “young adult”. Negli anni Novanta ha pubblicato quattro libri – “Il principe della nebbia”, “Il palazzo della mezzanotte”, “Le luci di settembre” e “Marina” – che, come dice lui stesso nell’introduzione che li precede, erano destinati a un pubblico molto giovane, con la speranza che venissero apprezzati anche dagli adulti. In Italia questi romanzi sono stati pubblicati soltanto dopo il successo clamoroso de “L’ombra del vento”, il suo primo romanzo “da grande”, e credo che questo sia stato all’origine di buona parte delle critiche negative che hanno ricevuto. La qualità di queste opere, come ho detto, è altalenante ma è andata in crescendo: nei primi due l’autore sconta anche una certa inesperienza (anche se il suo stile è nato già maturo), come è normale che sia in opere giovanili. Quel che conta, in ogni caso, è che questi libri vanno presi per quello che sono: dei fantasmagorici libri per ragazzi.

Nei romanzi giovanili di Zafón i protagonisti sono sempre adolescenti, spesso orfani o con famiglie assenti, inevitabilmente soli e solitari; la loro curiosità e il desiderio di avventura li trascinano sempre in storie oscure e gotiche, all’interno di nebbiosi palazzi in rovina, con nemici che affiorano dal passato con tutto il loro carico di malvagità putrefatta; per fortuna i protagonisti possono contare sempre su amici veri e leali, oltre che su un partner dell’altro sesso con cui condividere la propria solitudine. Tutte cose che evidentemente non accadono nella realtà, certo, ma che per fortuna sono la quintessenza della letteratura e in particolare della letteratura rivolta ai giovani, che almeno gli venga lasciato il diritto di sognare (mi accorgo che sto parlando dei giovani alla terza persona, e rabbrividisco). Beh, secondo me non c’è forma letteraria più perfetta dei libri per ragazzi. Ho avuto la fortuna di leggerne tanti, ai tempi, e non mi vergogno di farlo ancora oggi. E se ogni tanto, quando scrivo, scrivo “cose per ragazzi”, allora ringrazio e mi prendo il complimento.

A volte mi chiedo se tutto ciò non sia un sintomo di infantilismo, visto che anche in ambito cinematografico i miei gusti si orientano in quella direzione (e fateci caso: tutte le cose più nerd sono infantili. Uno spunto per un saggio breve dal titolo: “I nerd sono i moderni Peter Pan?”). Altre volte, invece, la risposta che mi do è un’altra: dipende tutto da quello che cerchiamo (nei libri come nei film). Mi inerpico sul cornicione delle banalità e provo a spiegare meglio questo concetto: tutti noi (noi pochi che leggiamo in Italia, intendo) apriamo un libro per motivi diversi. Si può leggere per conoscere, per divertirsi, per emozionarsi, o ancora per combinazioni di questi elementi: ma è ovvio che soltanto i più grandi riescono a scrivere libri che insegnano, divertono ed emozionano nello stesso tempo, e da un certo punto di vista è un bene che libri del genere siano pochi, così uno li sa riconoscere quando li incontra. C’è di più: cerchiamo cose diverse a seconda del periodo che stiamo vivendo e delle circostanze in cui la vita ci trascina. In definitiva però, per citare l’intervista all’editor Carlo Carabba pubblicata su “Nuovi Argomenti”,

alla domanda “cosa cerca il lettore?” si può rispondere soltanto “Un libro che gli piaccia”

(forse a qualcuno suonerà banale, ma è la parola definitiva).

Una volta un mio amico ha scritto su Facebook a proposito de “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco: “Ci ho trovato tutto quello che cerco in un libro”. Ecco, io mi sono accorto che nella narrativa per ragazzi trovo molte delle cose che cerco nei libri. Un libro, per conquistarmi, deve riuscire a farmi sognare, deve essere capace di trasportarmi in un altro luogo e in un altro tempo, deve essere un’evasione dalla realtà, deve avere una dimensione epica, deve emozionarmi: è anche per questo che difficilmente mando giù storie troppo ancorate alla realtà quotidiana. (Per fortuna non tutti la pensano come me, altrimenti sì che sarebbe una noia entrare in libreria! E comunque – ci tengo a precisarlo – non leggo solo libri del genere, né sono gli unici che apprezzo. Questione di quello che cerco in un momento preciso, appunto, per tacere del capitolo serendipità)

“Marina” di Carlos Ruiz Zafón gronda mistero e avventura da ogni capoverso, ha degli squarci horror che non guastano, contiene una storia d’amore impossibile e tristissima, si trascina dietro una malinconia che ti rimane dentro anche dopo la parola fine, è pervaso da un’atmosfera piovosa che ben si adatta al mio carattere e ha una storia piena di sottotrame avvincenti. Ah già: è pure scritto meravigliosamente. Scusate se è poco.

Io lo so che l’importanza di questo libro nella storia della letteratura mondiale è prossima allo zero, però, se mai incontrerò Zafón, la mano gliela stringerò volentieri.

Scritto da Luigi Calisi

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2 pensieri su “Quello che cerchiamo nei libri

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